Fuga ad Alcatraz: il reportage di Silvia Truzzi

Albergo diffuso, fattoria, laboratorio di fantasia e rinascita, palestra di accoglienza per decenni: Alcatraz oggi è la casa dei rifugiati

La “prigione da cui nessuno vuole scappare” si raggiunge dopo aver attraversato la località Casa del Diavolo, per una strada di colline sonnacchiose e placide. La macchina fa una curva, seguendo i segnali di legno colorato che indicano la via per Alcatraz, un paradiso di silenzio e natura che quarant’anni fa Jacopo Fo ha cominciato a costruire in Umbria e che sfugge alle definizioni: albergo diffuso, fattoria, laboratorio di fantasia e rinascita, palestra di accoglienza che nei decenni si è declinata in cento modi. Oggi è la casa dei rifugiati, donne e bambini arrivati qui grazie alla collaborazione tra la Fondazione del Fatto e la Fondazione Dario Fo e Franca Rame.

Sono 26 i rifugiati in fuga dalla guerra arrivati alla Libera Università di Alcatraz più di un mese fa

La vita, dopo

Le ruote dei loro trolley non girano più. Le valige, fatte in fretta, furia e paura nei giorni dell’invasione, sono state svuotate: da più di un mese, sotto i letti o sopra gli armadi, riposano in attesa di essere riempite un’altra volta. Chissà quando e chissà per dove. Il viaggio è il luogo dove i rifugiati abitano nel nostro immaginario di spettatori, ma è solo il pezzo più pericoloso e spettacolare. La vita, dopo, non è meno faticosa. Anche per Liza, Lena, Nina e gli altri ventitré ucraini che ora abitano il corpo centrale del grande parco. Il silenzio, nelle lunghissime giornate dei rifugiati, è rotto dai giochi dei bambini, che ci hanno messo pochissimo tempo ad adattarsi e stanno imparando l’italiano in fretta. Hanno bici con le rotelle e palloni mai stanchi: rotolano attorno alle sculture che Jacopo, Dario, Franca e molti altri hanno costruito e che spezzano, in un’esplosione di colori, la sinfonia del verde primaverile. I giochi si fermano quando arriva Mattea, la figlia di Jacopo, che gestisce l’accoglienza dei rifugiati: ha una riserva infinita di baci, tirati fuori dallo zaino paziente in dotazione alle mamme, ingombro di mille occupazioni e altrettante preoccupazioni. A cinque settimane dalla riapertura di Alcatraz (che in quattro giorni è stato ripulito e attrezzato dai volontari dopo due anni di chiusura a causa della pandemia) il faldone di Mattea – un quadernone zeppo di fogli Excell dove la vita di 26 persone è appesa al filo dell’ingorda burocrazia italiana – oggi si apre per le questioni mediche. I rifugiati hanno dovuto firmare la “dichiarazione di indigenza” che serve per accedere alle cure del servizio sanitario: le donne (non ci sono adulti maschi) hanno fatto fatica a capire e ad acconsentire perché la dignità è l’unica cosa che resta dopo che hai perso tutto il resto. Loro non sono poveri, sono rifugiati. I vestiti, le scarpe, la biancheria non la vogliono prendere quando Paola e Silvia, le volontarie che sovrintendono il magazzino, smistano i tantissimi pacchi che arrivano. Tutti tornano dopo, quando non ci sono occhi a osservare il bisogno.

Il silenzio, nelle lunghissime giornate dei rifugiati, è rotto dai giochi dei bambini nella sinfonia del verde primaverile

Il tempo dell’attesa

Il problema più grande per i grandi è l’incertezza: restare, al sicuro ma lontano da casa, e per quanto? La nostalgia è violenta come la paura di tornare. Il tempo in mezzo è sospeso, i giorni che i volontari riempiono di premure e attività, sono lunghissimi e affollati perché, anche se ogni nucleo familiare ha le proprie stanze, si condividono i pasti, la spesa, il bucato. E le riunioni di quello che nel lessico familiare di Alcatraz si chiama il “cda”, dove siede un membro in rappresentanza di ogni gruppo insieme a Mattea, Maria Cristina e Stefano, il triumvirato che si occupa di tutto, dalla spesa per la comunità alla più piccola necessità di ognuno, con una pazienza che non ha fine.

Per i rifugiati la cosa più terribile è non sapere che cosa succede a parenti e amici, se la propria casa, spesso costata i sacrifici di una vita, è ancora in piedi. Me lo dicono tutte le donne che sfilano nella caffetteria, davanti a un tè o a un caffè sempre allungato dalle lacrime. Raccontare è uno strazio, perché raccontare è rivivere. Anche prima della traduzione di Talia – l’interprete che sopra ogni parola di questa lingua dura mette un accento di dolcezza – si capisce il senso di tutto. Gli adulti stanno imparando l’italiano, grazie alle lezioni dei volontari, ma è una montagna da scalare perché l’alfabeto è diverso e allora girano con i bigliettini stretti nella mano, dentro le parole che servono per chiedere qualcosa. Un pomeriggio ogni due giorni Maria Cristina fa lezione d’italiano nella veranda, una volta alla settimana arriva anche Federico, che insegna italiano nei centri d’accoglienza per immigrati. Con Mattea, suo marito Stefano e gli altri i rifugiati si parlano in un gramelot di lingue mischiate – italiano, inglese, ucraino – gesti e versi. Mentre Mattea, usando il traduttore on line, parla con Nina – una farmacista di Kiev con i capelli corti e la passione per il giardinaggio – penso a Dario e al suo gesticolare magico: con loro si sarebbe inteso in un attimo. E penso a Franca, che per le donne, per gli ultimi ha speso la sua vita. Maria, quando è arrivata, ha detto a Mattea: so benissimo chi erano i tuoi nonni. E a pensarci bene non c’è nulla di strano, perché per lungo tempo Dario e Franca sono stati gli autori di teatro più tradotti al mondo, anche prima del Nobel. Ad Alcatraz la conversazione è un mistero buffo: alla fine però si capiscono sempre, anche se il traduttore ogni tanto prende fischi per fiaschi e manda in cortocircuito le comunicazioni.

In una bella giornata di metà aprile incontro per prima Liza, sotto una pioggia di petali di ciliegio. Ha 29 anni, è qui con la mamma e la sua piccola Zlata, tre anni di sorrisi e codini che si disfano durante i giochi. Arriva da Bucha, suo marito Alex è un militare di carriera. Per tre giorni è rimasta con la figlia barricata in bagno: tutti i profughi raccontano le infinite ore sulla tazza del wc, perché il bagno con i muri spessi è la stanza più sicura della casa nei palazzi che non hanno il seminterrato. Poi una notte ha capito che doveva scappare. “Un amico, cappellano militare, mi ha detto ‘scappa subito o tra qualche ora sarai morta’. Ho chiamato mio marito e abbiamo deciso”. Con le valige, il cane, sua madre e la sua bambina è scappata a piedi da Bucha a Irpin, dove sapeva che c’erano treni di evacuazione. Non ha preso il primo, per via di Stefi, una femmina di alaskan malamute. “Se sei una mamma con un bimbo piccolo hai la precedenza, il mio cane però è grande e allora ho dovuto aspettare il secondo treno”. Ma subito dopo la partenza del primo convoglio una bomba ha distrutto i cavi elettrici della linea, e sono scappati tutti nei sotterranei della stazione. È stato il momento peggiore, perché sembrava non esserci via di scampo. “Non credevo che saremmo riuscite ad andarcene. Per tre giorni sono rimasta lì, accampata, pensando che era la fine di tutto. Invece è arrivato un altro treno che per circolare non aveva bisogno delle linee elettriche. Nella concitazione dell’imbarco ho perso Stefi”. Ma Stefi è qui con noi, accoccolata per terra con la pancia in su e la pelliccia bianca a disposizione delle coccole dei bambini da cui si fa fare tutto con gioiosa rassegnazione. Stefano è partito il 7 marzo con suo fratello e Liza dopo che, grazie a un appello sui social, il cane è stato ritrovato: allora Stefano le ha detto “Non ti preoccupare la andiamo a prendere” e sono partiti. Mille e cinquecento chilometri dopo hanno recuperato Stefi a Sighetu Marmației, in Romania, lo stesso varco di frontiera da cui ai primi di marzo è partito il bus per Alcatraz. Stefi e Liza ora fanno la stessa terapia con i fiori di Bach, perché la notte non dormono. “L’unico modo per stare meglio è non guardare le notizie dal fronte, ma ci sono riuscita solo per due giorni. È impossibile non cercare di sapere cosa succede”. Mi mostra le foto che ha scattato durante la fuga e sono tutte versioni diverse della stessa immagine: macerie e cadaveri. L’ansia che leggo nei suoi occhi è quella di non essere creduta. Allora le chiedo di raccontarmi dove e quando le ha fatte. “La strada principale di Bucha non c’è più. Era il posto dove andavamo a passeggiare, ci incontravamo con gli amici. Non so se posso tornare a vivere in quel cimitero”. Alla fine della chiacchierata è lei che mi fa una domanda: “Perché la comunità internazionale nega la no fly zone? Non vedete che la morte arriva dal cielo?”. Poi vuol sapere del gas con cui l’Occidente finanzia Putin. Provo a spiegarle che cosa significherebbe la no fly zone e che per il nostro tessuto economico chiudere i rubinetti da un giorno all’altro sarebbe un suicidio. Fa sì con la testa, ma si capisce che non è convinta, perché dal suo punto di vista c’è molto di più da perdere. La parola pace non l’ho mai pronunciata con nessuna di loro: non so se per codardia, pudore o rispetto.

Liza, la sua piccola Zlata, la nonna Irina e il loro cane Stefi, insieme a Nina e a Sofia

Che rumore fa la parola casa

Alcatraz in apparenza è il luogo perfetto per ritrovare la tranquillità. Ma nessun posto è perfetto e anzi il silenzio a volte fa brutti scherzi. Me lo spiega Lena, 52 anni di mani che non smettono mai di contorcersi. Ha lo sguardo inchiodato alle scarpe, le rare volte in cui lo alza si fa fatica a guardarci dentro: c’è un dolore profondo e trasparente come i suoi occhi azzurri. È qui con tre dei suoi sei figli e tre nipoti: insieme a Oksana, Misha, Valentina, Sonia, Nastia e al piccolo Mishi, che a due anni è la mascotte del gruppo, forma il nucleo più numeroso. “È bellissimo sentirsi al sicuro, non dover aver paura che succeda qualcosa all’improvviso. Ma qui è ancora più evidente che vivere in pace si può. Guardare i miei nipotini che giocano sereni mi fa ricordare quello che abbiamo vissuto”. Lena è un paramedico, lavorava sulle ambulanze ed è una delle due del gruppo che sa guidare. Arriva da Shevchenkove, nella regione di Kiev, un villaggio razziato che ora il marito di Valia sta cercando di “aggiustare” insieme agli altri uomini rimasti. “Dim” è un suono che sento spesso, vuol dire “casa”: non è strano che rimbalzi in continuazione. “Ho fatto molti debiti per comprare la casa. Devo tornare per pagare il mutuo”, spiega Lena scuotendo la testa. E sua figlia Valentina, lì vicino, aggiunge: “Io resterei qui, se ci fossero delle possibilità di lavoro. Anche per i miei bambini”. Ma le due donne vanno in crisi solo al pensiero di mandare i piccoli a scuola. Hanno paura che si sentano spaesati senza di loro. Mattea sta cercando di organizzare le cose con la scuola materna dove sono iscritti i suoi due gemelli di quattro anni in modo che le donne possano stare in un’aula vicino, almeno per i primi tempi. Anche loro sono preoccupate di non essere credute, mostrano le foto della loro personale distruzione, in un rituale macabro che si ripete. “I russi ci stanno uccidendo, fanno cose terribili”. Lena adesso piange e le parole inciampano. “Nessuno ci aveva avvertiti. Anche se te lo racconto, è impossibile immaginare cosa si prova quando arrivano i soldati, quando vedi un bambino morto abbandonato in un giardino. Tutto quello che in una vita intera hai fatto e sognato sparisce”. Noi eravamo come voi. È un’altra frase ricorrente, da cui bisogna difendersi perché è impossibile non sentire la colpa della salvezza.

Alcatraz in apparenza è il luogo perfetto per ritrovare la tranquillità. Ma il silenzio a volte fa brutti scherzi.

Il tempo delle mele ad Alcatraz

Quelli per cui è più difficile sono i ragazzini, che oltre al trauma della guerra portano sulle spalle l’impaccio dell’adolescenza. Si sentono in gabbia, anche se ad Alcatraz ci sono boschi e sentieri, fiori profumati e giorni di sole da cui farsi baciare in faccia. Hanno lasciato la scuola, gli amori, gli amici, soffrono moltissimo la vita in comune che è fatta di orari stabiliti e turni per tenere in ordine gli spazi della cucina e del ristorante. Soffrono la lontananza dalla città, da una palestra o da un bar, più di tutto soffrono la lontananza da casa e dalle certezze. Ogni giorno chiedono “Quando torniamo”, un po’ come fanno i bambini durante un viaggio in macchina. Le poche parole che spiccicano sembrano uscite dal diario di Anna Frank, si avverte la difficoltà imbarazzata di una situazione imposta, la rabbia dell’impotenza, la fatica di ore senza sorprese e sempre uguali. Però negli occhi hanno la sfrontatezza della speranza: anche se tutto è in frantumi, per loro tutto è ancora intero.

Per fortuna c’è Matilde, la figlia più grande di Mattea, che grazie ai 17 anni e all’inglese con loro riesce a parlare, tra simili ci si capisce. Matilde è una specie di collettore di generazioni: quando Silvia e Paola non tengono impegnati i più piccoli con i laboratori, è lei a farli giocare, così le mamme possono prendersi una pausa. E magari seguire il corso di yoga, che Mimma (di cui non si può non citare anche la magnifica pastiera napoletana, offerta nel giorno della Pasqua ortodossa) tiene una volta alla settimana.

Matilde riesce a superare tutte le barriere, anche nei casi di scontrosità più infrangibile. Tipo Misha, un inavvicinabile quindicenne. Attraversa le stanze degli adulti con un passo veloce che è quasi una corsa: non si sa mai che qualcuno gli voglia parlare. Anche ora sta cercando Albina, che sembra Sophie Marceu nel Tempo delle mele con il caschetto castano e un broncio irresistibile. Nei giorni del Covid – si sono ammalati in tanti anche se senza sintomi importanti – s’incontravano di nascosto.

Intanto Nazar, è il suo turno, riordina la sala del ristorante con gli occhi bassi e nessuna voglia di scambiare convenevoli: ad Alcatraz, insieme a mille scatole di solidarietà, è arrivato anche un sacco da boxe per lui. Tutti i giorni si allena, e chissà cosa direbbe il sacco se potesse parlare. Sua madre Irina, un tecnico di laboratorio di Kiev, mi spiega che è stato lui a scegliere di venire in Italia, quando in Romania avevano davanti diverse possibili destinazioni: “Gli piace la pizza”. Alla parola pizza – filante di mozzarella e sogni di un occidente “visto e immaginato in diecimila film” – finalmente sorride.

Oksana è la più timida, disegna nel suo angolo di solitudine in cui sono in pochi a poter entrare. Solo Talia riesce a parlare con lei e scopre vuole diventare una stilista, mentre aspetta che la lavanda di Alcatraz fiorisca perché lei impazzisce per la lavanda. Anna arriva a tarda sera per ultima, non ha mai tempo: deve studiare. Fa la dad con il suo collegio, un istituto di eccellenza, ma – intanto il bollitore borbotta – spiega in un inglese frettoloso che non è affatto come stare a scuola, non è lo stesso livello di apprendimento, dovrà recuperare molto. Vuole diventare architetto: magari la laurea in Europa la prenderebbe volentieri, però la destinazione finale è l’Ucraina. Sulla porta dice: “Sai, devo tornare per ricostruire”.

 

Silvia Truzzi

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Alcatraz per l’Ucraina: un mese dopo, l’arrivo di Stefi

Stefano e Liza sorridono alla piccola Zlata finalmente riunita al suo alaskan Stefi

Zlata ha tre anni e mezzo, la prima a sorridermi, la prima che impara a dire “ciiiao”, la prima di cui imparo il nome. Con lei la mamma Yelizaveta (Liza) e la nonna Iryna. Sono arrivate da Bucha l’undici marzo 2022. Hanno lasciato in Ucraina il nonno, il papà Alexander, soldato, e tutto il resto. Zlata ha un cane, Stefi, una signorina di due anni e 32 chili, un alaskan malamute. Stefi è scappata mentre partivano. Sono dovute andare via senza di lei. Questo preoccupa tutte e tre, ma solo Zlata lo rende evidente.

Con il passare dei giorni e della quarantena causa covid, ogni tanto passo a salutare o per cambiare una lampadina fulminata, scambio un ciiiao, abbozzo una frase in un inglese scordato e traballante. Scopro che Alexander ha ritrovato Stefi, mi fanno vedere una fotografia, vedo una gamba vestita in mimetica con appoggiato un muso peloso con occhi che ho visto indossare solo a cani beati dalla presenza di un loro umano di riferimento. Nella fotografia il pavimento è cemento di un rifugio antiaereo.

Zlata adora dipingere con gli acquarelli, è stata la prima richiesta di necessità di Liza. Quando passo da loro Zlata mi mostra i suoi lavori, tra questi mi fa vedere un foglio dove ha dipinto un soldato, il soldato è suo papà e ha in mano un mazzo di fiori per la sua mamma. Liza racconta che suo marito è riuscito a trovare qualcuno che trasporterà il cane a casa di amici, vicino al confine ucraino tra Ungheria e Romania. La loro famiglia spende risparmi preziosi per acquistare una gabbia con cui effettuare il trasporto e cibo per cani con cui ricompensare il trasportatore. Il viaggio riesce, Stefi è al sicuro.

La mamma e la nonna di Zlata sono persone di grande dignità, affrontano con la schiena dritta le difficoltà che stanno passando. Ma le difficoltà pesano e qualche crepa si apre, escono le preoccupazioni e le sofferenze indicibili. Tra queste Liza confida che i suoi amici non potranno tenere a lungo un ospite impegnativo come Stefi. Lo slancio di Mattea è quello che avremmo avuto tutti (spero, in un eccesso di fiducia nel genere umano): facciamo un appello, troviamo qualcuno che vada a prendere Stefi al confine.

Il tempo è poco, qualche risposta seguita allo slancio si spegne, che facciamo? Eh, che facciamo, vado io. Penso a un secondo, il viaggio è lungo e in toccata e fuga, è necessario qualcuno a cui affidare il sonno tra un turno di guida e l’altro. Mio fratello mi dice di si nel giorno in cui scade il suo sessantesimo anno.

Cerco un pulmino adatto al viaggio, quando dico della destinazione agli amici Mattia e Marco Martinelli che ci supportano, la loro risposta è: ti diamo il “carro armato”. Così lo chiamano il loro mezzo sicuro e affidabile.

È sabato quando diciamo a Liza che tra meno di una settimana partiamo. Organizziamo l’indispensabile: cuscino e coperta, un cambio, thermos di caffè, panini, il passaporto e una cartina stradale, oggetto in disuso ma dall’alto valore scaramantico. Giovedì 7 marzo alle 15 partiamo da Alcatraz io, mio fratello e Liza. Zlata vorrebbe venire con noi, per Liza il sacrificio del distacco è grande vista la situazione che sta vivendo, mi immagino al suo posto. No, non riesco neanche a immaginarlo.

Stefano Bertea e suo fratello Maurizio si mettono in viaggio con Liza per recuperare Stefi

La destinazione è Sighetu Marmației, in Romania. Lo stesso varco di frontiera da cui Liza e le altre sono uscite. Liza preferisce da lì, dice che i frontalieri sono stati gentili, che almeno conosce il posto. Nel viaggio l’unica frontiera dove esibire documenti, e dove il passaporto giallo e blu riceve dei timbri entrata e uscita, è quella tra Ungheria e Romania, vecchio stile, non siamo più abituati, ci vuole pazienza e tempo.

Dopo 17 ore, un fuso orario e più di 1500 chilometri, arriviamo. Sono le nove del mattino e piove. Il posto di frontiera è incorniciato da una serie di presidi gestiti da chi si occupa della prima assistenza a chi cerca riparo. Gli amici sono in ritardo, sono stati fermati perché hanno la targa dell’auto di un altra provincia, sono fortunatamente riusciti ad avere un lasciapassare. Liza mi spiega che la coppia di amici non può passare con l’auto la frontiera, passerà solo la donna a piedi con il cane.

Il confine passa lungo un corso d’acqua, c’è un ponte da attraversare per arrivare alla Romania dall’Ucraina in questo punto. Liza intravede la sua amica e Stefi che camminano. L’avvicinamento è composto, tante le divise, ma uscita dalle barriere Stefi mette comunque le sue zampe anteriori sulla pancia della sua umana Liza e le lecca la faccia.

I frontalieri, i volontari e i soccorritori chiedono gentilmente se possono fare delle foto. Liza acconsente, cerca di tenere le labbra serrate, ma sorride. Ci mettiamo in disparte, le ragazze parlano fitto, tante le cose da dirsi, poco il tempo per farlo, mentre io e Stefi facciamo amicizia; lei dopo la rituale annusata si concede alle carezze.

Cambiano di mano guinzaglio e passaporto veterinario, uno zainetto si presta ad ospitare cibo di chiara origine italiana e al momento del saluto, come ultimo gesto, una bustina con richiesta di consegna. La bustina è trasparente, riconosco il soldato con in mano il mazzo di fiori.

Di nuovo sulla strada, a ritroso, tutto bene fino alla frontiera vecchio stile. Stavolta ci sono dei militari con il mitra bene in vista, fanno domande, impartiscono ordini secchi: ci chiedono i passaporti, verificano la presenza di persone di nazionalità ucraina, e poi smistano su una fila specifica, ci spiegano che sono nuove direttive, adottate il giorno prima o il giorno stesso, non capiamo bene. La conseguenza è che in una fila vanno gli ucraini, nelle restanti quattro corsie le altre nazionalità.

Alla frontiera i militari verificano la presenza di persone di nazionalità ucraina

Va bene, abbiamo solo sette auto davanti a noi, quanto mai ci vorrà? Dopo tre ore e un quarto passate senza muoversi, mio fratello scende e si dirige verso i militari, parlotta in inglese, gesticola, un graduato lo porta a parlare con un frontaliere, poi viene chiamato il superiore. La tesi è che la maggioranza presente nel pulmino è italiana, visto che la maggioranza vince sempre ci pare giusto andare in una delle altre corsie.

La tesi è un sofisma vincente, cambiamo corsia. Davanti ai gabbiotti di controllo doganale sulla presenza di Stefi, munita di regolare passaporto veterinario ucraino, faccio finta di niente. Sarebbe un pareggio due a due. Il documento è ai miei piedi, nel caso dirò che mi è caduto. Lei regge il gioco, è sdraiata e silenziosa, i doganieri timbrano senza alzarsi dalla sedia. Mentre passiamo oltre, penso con vergogna “europea” alle persone di quella unica fila, che ormai è lunghissima. Tiriamo il fiato, Liza mi ringrazia perché ha capito il trucco, era preoccupata che qualcosa andasse storto.

Il viaggio per rientrare da Sighetu Marmației, in Romania, ad Alcatraz

Il viaggio è tranquillo, notturno, Liza dorme sul sedile tenendo una mano su Stefi, quando ci fermiamo la fa scendere a passeggiare. Mentre Liza dorme Stefi infila il muso tra i sedili anteriori, ci tiene compagnia.

Arriviamo ad Alcatraz che sono quasi le sei, raccogliamo le cose e accompagno Lisa e Stefi fuori dalla loro stanza, le lascio all’intimità del ricongiungimento con Zlata. Penso che di Stefi non ho ancora sentito la voce. Mio fratello prosegue per Roma, io stropiccio i miei bambini e poi vado a dormire.

Dopo qualche ora passo a salutare. Liza è pensierosa, mi parla di come Stefi è stata in quelle ore, di come corre nervosa nel sonno, del modo anomalo in cui gira la testa e tende le orecchie. Mi dice che pensa che il motivo sia di come ha vissuto quei giorni dispersa e sola in quella città devastata e violata di cui tutti sappiamo, del trauma da stress che sicuramente ha riportato nel vedere, sentire e annusare la distruzione della guerra.

Chiedo di vedere Zlata, per capire se è contenta, se gli abbiamo alleggerito il peso. Escono a salutarmi sul prato che guarda al tramonto davanti alla loro camera. Le ragazze, giocano, Zlata abbraccia la sua amica affondando il viso nella pelliccia del collo, Stefi è composta e seduta, ha gli occhi semichiusi e guarda lontano.

Zlata affonda il viso nella pelliccia di Stefi

Stefano Bertea

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Kiev: aggiornamenti in tempo reale dalla Fondazione Soleterre

Ph. Ugo Panella – Immagine da archivio Soleterre

Di seguito pubblichiamo le note che Soleterre ci invia per aggiornarci in tempo reale sulla situazione dei piccoli pazienti oncologici in Ucraina.

 

19 marzo
7 voli aerei organizzati, 30 bambini e ragazzi malati di cancro, con le loro mamme e a volte qualche fratellino o sorellina, costantemente seguìti dai membri del nostro staff e personale medico sanitario.

Questa è solo una piccola parte di ciò che siamo riusciti a realizzare grazie al vostro sostegno, ma è una parte fondamentale perché ha portato quei piccoli pazienti qui in Italia.
Il nostro staff e i nostri psicologi in emergenza, sono sempre stati accanto a loro dal confine polacco fino al nostro Paese.
Perché anche se si è trattato di un viaggio verso la salvezza, i bambini sono molto stanchi e provati.
Ora ad occuparsi di loro ci sono le nostre psicologhe e le mediatrici culturali e ci permette di entrare ancora meglio in contatto con loro.
Oltre al sostegno sulle questioni pratiche e logistiche siamo con loro ogni giorno supportandoli emotivamente: c’è il trauma della malattia, quello della guerra, ma anche quello interculturale a cui far fronte.
Ma noi ci siamo, e voi insieme a noi.

 

17 marzo
Dallo scoppio della guerra in Ucraina abbiamo lavorato incessantemente per garantire continuità alle cure oncologiche dei nostri piccoli pazienti.
Il nostro staff ha trasferito i pazienti di Kiev a Leopoli e da qui alcuni di loro hanno già varcato il confine con la Polonia per essere accolti negli ospedali in Italia.
Stiamo garantendo supporto psicologico, mediazione linguistica, cure mediche e accoglienza.
Stiamo rifornendo di farmaci i reparti pediatrici rimasti funzionanti e sovraccarichi di pazienti, ma il nostro obiettivo è riuscire a far evacuare tutti i giovani pazienti che non possono rischiare di rimanere senza cure nemmeno per un solo giorno.
I bambini malati di cancro che si trovano ancora in Ucraina vivono una situazione pluritraumatica.

 

14 marzo
Sono atterrati a Milano Linate altri 6 giovani pazienti, con le loro mamme e una sorellina.

Le parole del nostro presidente Damiano Rizzi: “La condizione psicologica e fisica di mamme e bambini, dopo ore estenuanti di viaggio, e con la necessità di cure costanti, è al limite della sopportazione umana: Stiamo lottando contro il tempo e non è possibile sprecare nemmeno un minuto, non ci fermeremo finché tutti i nostri piccoli pazienti saranno portati in luoghi adatti per proseguire le cure oncologiche. Per questo continueremo il nostro impegno con la Centrale Regionale Operativa Soccorso Sanitario e Areu, un’operazione di coordinamento sanitario di eccellenza che dimostra come la professionalità, la tempestività e l’umanità siano coniugabili creando azioni concrete che salvano vite umane”

Alcuni bambini provengono direttamente dall’ospedale pediatrico di Leopoli, altri erano arrivati lí nei giorni precedenti dagli ospedali di Kiev. Hanno viaggiato in treno e in bus fino in Polonia e dopo essere stati visitati si sono imbarcati a Rzeszów su un volo messo a disposizione da Areu in collaborazione con la Protezione Civile e Regione Lombardia.
Salgono così a 24 i giovani pazienti ora in Italia, ma come afferma Damiano Rizzi, il nostro impegno non si ferma.

 

13 marzo
“Una piena riprovazione e condanna agli attacchi armati contro i civili che da questa mattina riguardano anche l’area vicina alla città di Leopoli dove Soleterre e Fondazione Irccs Policlinico San Matteo Pavia hanno una collaborazione storica con il Western Ukrainian Specialized Children’s Medical Center nell’ambito della cura dei tumori infantili leucemici mediante la creazione di un centro di trapianto di midollo, finanziata dalla Fondazione Rosa Prístina.

Dall’alba, con il board dell’ospedale e le autorità locali cerchiamo di comprendere gli eventuali piani di evacuazione.
Al momento un primo nucleo di bambini verrà trasferito in Polonia e poi in Italia vista la modalità di guerra ibrida in atto, senza più alcuna distinzione negli attacchi a militari o a civili ucraini.
Non ci sarebbero già da ora le condizioni per restare in ospedale.
Nello stesso tempo evacuare l’ultimo importante ospedale rimasto comporta scelte molto complesse e non immediate”.
Damiano Rizzi, Presidente di Soleterre

 

10 marzo
L’attacco all’ospedale pediatrico di Mariupol è un crimine contro l’umanità. Probabilmente anche questa parola non è sufficiente per contenere l’orrore che stiamo provando. Visto da una pediatria assume connotazioni ancora, se possibile, più feroci. Con Soleterre Onlus possiamo solo dare risposte concrete sul versante opposto di cura e tutela della vita, a partire dall’infanzia. Mentre scrivo 3 tonnellate di farmaci chemioterapici, antibiotici, antidolorifici e materiale medicale sono entrati in Ucraina grazie alle donazioni di molte persone che vogliono vedere proseguire la vita. I farmaci sono a Leopoli (ospedale in cui stiamo curando 90 bambini oncologici) e a Ternopil (ospedale di appoggio nei trasferimenti da Est a Ovest dei bambini) dove ci stiamo preparando per un trasporto speciale di farmaci verso Kiev dove gli ospedali pediatrici stanno ancora curando bambini oncologici (circa 100 nei diversi ospedali dell’Est Ucraina) che gradualmente trasferiremo negli ospedali a Ovest. Continuano, infatti, i trasferimenti dei pazienti oncologici dall’Ucraina ad altri Paesi – tra cui l’Italia. In atto il più grande trasferimento di pazienti pediatrici oncologici mai accaduto nella storia.

Damiano Rizzi, Presidente di Soleterre

 

Milano, 8 marzo
A distanza di quattro giorni dai primi due voli, oggi alle 14 sono atterrati a Milano Linate altri 5 bambini e ragazzi tra i 3 e i 15 anni accompagnati dalle rispettive mamme e da alcuni fratelli.
Fino a una settimana fa si trovavano nei sotterranei della nostra Casa d’Accoglienza e dell’Istutito del cancro, entrambi a Kiev: giorni interminabili di spostamenti tra i reparti e i bunker.
Hanno percorso oltre 2.000 chilometri e affrontato lunghe ore di viaggio, costantemente assistiti da personale medico sanitario per garantire loro cure salvavita. Da Kiev in treno fino a Leopoli sempre accompagnati dal nostro staff ucraino, poi in bus fino in Polonia a Rzeswóv dove hanno trovato ad accoglierli il nostro staff tra cui due psicologi. Oggi sono partiti in aereo per raggiungere l’Italia insieme al personale medico sanitario specializzato, una nostra psicologa ucraina che è sempre stata al loro fianco, il nostro presidente Damiano Rizzi e Licia Ronzulli, presidente della Commissione parlamentare per l’infanzia e l’adolescenza.
Ad accoglierli a Milano Linate era presente il personale sanitario proveniente dai due ospedali che prenderanno in cura i bambini: l’Istituto dei Tumori di Milano, gli Ospedali Civili di Brescia, l’assessore alla protezione civile della Regione Lombardia, Pietro Foroni, e il Direttore generale di Areu, Alberto Zoli.
Ringraziamo tutte le persone che hanno reso possibile questo viaggio e che si stanno adoperando tutt’ora per garantire ai giovani pazienti e alle loro famiglie la miglior accoglienza possibile e le migliori cure.

 

8 marzo
Il viaggio verso l’Italia sta diventando realtà per altri bambini e adolescenti malati di cancro che abbiamo evacuato da Kiev.
Ieri dopo aver viaggiato in autobus verso la Polonia con le loro famiglie e il nostro staff, insieme a Iana la nostra collega ucraina, sono stati accolti dai nostri psicologi, tra cui Ivan Giacomel, che si è recato a Rzeszow (al confine tra Polonia e Ucraina) per dar loro tutto il supporto psicologico possibile.
Siamo pronti ad accoglierli oggi in Italia: in giornata infatti i bimbi e i ragazzi prenderanno un volo diretto verso Milano per poi essere trasferiti in alcuni ospedali lombardi per continuare le cure.
Grazie a tutti voi che state rendendo questo possibile.

 

7 marzo
Le cure per i bambini e i ragazzi arrivati al San Matteo di Pavia e all’Istituto dei Tumori a Milano stanno proseguendo, sono tutti accompagnati dalle loro mamme e per alcuni c’è anche la compagnia di una sorellina o della nonna, al momento ospitate in strutture di accoglienza sul territorio.
La situazione in Ucraina è drammatica e spesso le famiglie si disperdono nella confusione della fuga dai bombardamenti.
Questi bambini e ragazzi stanno vivendo una situazione pluri traumatica, ogni giorno devono affrontare cure e terapie molto dolorose, non sono solo lontani dalle loro case e dagli affetti ma, come vi avevamo già accennato, anche se ora sono al sicuro la preoccupazione per la guerra nel proprio Paese è comunque molto alta, così come la paura di non riuscire a rintracciare o rivedere i propri familiari e amici.
Il ricordo dei bombardamenti è ancora vivido.
Le nostre psicologhe sono quotidianamente al fianco dei giovani pazienti e dei loro genitori per garantire tutto il supporto emotivo necessario; abbiamo anche fornito alle famiglie tablet e sim nella speranza che possano riuscire a rintracciare le persone a loro care e alleviare almeno un po’ le loro preoccupazioni.
Ringraziamo di cuore tutto lo staff delle strutture che hanno accolto i parenti dei pazienti ricoverati: AGAL Onlus e Salute Donna Onlus.

 

6 marzo
È arrivato all’Ospedale Pediatrico di Leopoli il primo carico di farmaci: analgesici, antidolorifici, antibiotici e chemioterapici salva vita.
Questa spedizione è fondamentale per l’Ospedale, perché al momento registra un numero 3 volte più alto del solito di pazienti a causa dei flussi di persone in fuga dalle città più a est dell’Ucraina. Entro una settimana l’Ospedale sarebbe rimasto a corto di farmaci, come ci aveva segnalato il Dr. Roman Kizyma, primario del reparto di oncologia pediatrica.
In Ucraina ormai è difficile reperire farmaci e al confine la situazione è caotica.
Ma non ci fermeremo perché proseguire le cure è fondamentale per questi bambini e ragazzi: il secondo carico di farmaci è già in viaggio e il terzo è partito proprio ieri.
Ringraziamo il Dr. Roberto Brambilla, volontario di Soleterre che ha coordinato le operazioni per la raccolta farmaci, stoccaggio e invio dall’Italia, la protezione civile di Vimercate, AREU di Regione Lombardia e il Lions Club di Varsavia per il grandissimo supporto e disponibilità.

 

Pavia, 4 marzo
Stamattina le nostre psicologhe Francesca e Titiana (quest’ultima parla ucraino) hanno incontrato le mamme e i bambini arrivati ieri dalla Polonia e ricoverati ora al San Matteo di Pavia.
I piccoli e le loro mamme sono ovviamente molto stanchi per il viaggio oltre che per le cure contro il cancro (alcuni dei piccoli hanno subìto operazioni chirurgiche poco meno di due settimane fa…). Ma la loro non è solo fatica fisica, è anche mentale. La preoccupazione e il senso di colpa per aver lasciato in Ucraina il resto della loro famiglia sono forti. Molti di loro non sanno dove si trovano gli altri parenti, né riescono a mettersi in contatto con loro. Addirittura una delle mamme non riesce a rintracciare il proprio figlio di 15 anni.
La riconoscenza però per essere arrivati qui è pari a questa sofferenza e anche essere ascoltati è per loro importante. Da oggi e per i prossimi giorni, il supporto psicologico sarà fondamentale per loro per elaborare tutte queste emozioni e paure, e saremo al loro fianco in ogni momento.
È stata una mattina davvero emozionante anche per i nostri psicologi, anche stavolta posti di fronte al fatto che le cose importanti della vita sono spesso quelle a cui meno pensiamo e di cui ci rendiamo conto solo in momenti difficili.

 

Milano, 3 marzo
Poco prima delle 14, grazie a un volo coordinato da Areu Lombardia, sono arrivati a Linate i primi 6 bambini malati oncologici che eravamo riusciti a trasferire in Polonia dall’Ucraina.
Saranno presi in cura dal San Matteo di Pavia e dall’Istituto dei Tumori di Milano.
Ad accogliere i bimbi e le loro famiglie c’erano il Presidente di Soleterre Damiano Rizzi e il Presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana.

Abbiamo seguito questi bambini dal bunker a Kiev, all’autobus verso la Polonia e ora sono qui in Italia.
Siamo davvero felici e vi ringraziamo con tutto il cuore per il sostegno che stiamo ricevendo in questi giorni terribili.

 

Milano, 2 marzo 
Tutti i pazienti pediatrici oncologici sono stati da noi portati nella notte fuori Kiev.
Hanno viaggiato con il personale medico e stiamo lavorando per portarli fuori dall’Ucraina, al sicuro in ospedali europei.
Il messaggio del referente nazionale ucraino per l’oncologia pediatrica, dott. Grigory Klymniuk, è illuminante: “Grazie per l’eccellente operazione di evacuazione dei nostri bambini. Il supporto, tutto il supporto, che ci state facendo sentire è la condizione che renderà impossibili nel futuro le guerre”.
Nel nostro ospedale di Leopoli intanto stiamo valutando le condizioni di salute di tutti i bambini arrivati per capire se possano essere trasportati in Polonia, oltre il confine, o se debbano essere prima stabilizzati per un po’ più di tempo.
Oggi poi arriverà anche un importante carico di medicinali dall’Italia.
Grazie a tutti voi per il supporto e l’aiuto.

Damiano Rizzi, Presidente di Soleterre

 

Milano, 1 marzo
La situazione sta degenerando, i carri armati russi cominciano ad accerchiare la città, non c’è più tempo: abbiamo evacuato di urgenza 18 bambini oncomalati gravi con le loro famiglie dai due ospedali di Kiev – rispettivamente dall’istituto del cancro e dall’istituto di neurochirurgia di Kiev- e dalla nostra struttura di accoglienza, la Dacha. L’obiettivo è farli arrivare in sicurezza in Polonia, via Leopoli, dove stiamo continuando a garantire le cure a 36 piccoli pazienti.

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Il nostro impegno con la CRI-Susa per i migranti al confine

di Cinzia Monteverdi

Oggi, i migranti che transitano per la Val di Susa sono soprattutto famiglie in arrivo dalla rotta balcanica. Ci sono bambini, neonati e donne incinte, tutti esposti, senza mezzi adeguati, alle rigide temperature del luogo.

“Fermiamo il naufragio di civiltà”; “Finisca il rimbalzo di responsabilità”; “Paura e cinico disinteresse uccidono. È tragico che in Europa qualcuno la consideri una questione che non lo riguardi”; “Chiusure e nazionalismi portano a conseguenze disastrose”. Sono anche parole come queste, quelle di un grande uomo che si chiama Francesco, il nostro Papa, esempio di cristianità sia per i laici sia per i cattolici, a spingerci con la Fondazione del Fatto Quotidiano ad affrontare un nuovo progetto.

Siamo stati contattati dalla Croce Rossa Italiana di Val Susa perché la aiutassimo ad assistere i migranti. Dal 2017 la Valle di Susa, naturale corridoio di collegamento tra l’Italia e la Francia, vede il transito di migliaia di persone migranti che tentano di valicare le Alpi in cerca di un futuro migliore; provengono dalla rotta mediterranea o dalla via dei Balcani. Nel compiere questo viaggio si espongono a grandi rischi, specie nel periodo invernale: rischiano di morire di stenti e di freddo.

Il lavoro dei volontari della Croce Rossa Italiana è fondamentale. Hanno l’obiettivo di proteggere i migranti fornendo ogni giorno e ogni notte aiuto materiale (con coperte termiche e bevande calde), informazioni, possibilità di un ricovero notturno o di un intervento in caso di emergenza. Spesso si ritrovano ad assistere intere famiglie con bambini piccoli. E anche in questo caso – come per gli altri progetti che ha in corso la Fondazione, e per i quali in poco tempo abbiamo raggiunto i risultati sperati – vogliamo sottolineare il lavoro meraviglioso dei volontari. Che anche in Valle di Susa ogni giorno, ventiquattr’ore su ventiquattro, assistono persone nel tratto più difficile del loro percorso verso una vita migliore.

L’articolo completo è su ilfattoquotidiano.it

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