Alcatraz per l’Ucraina: aggiornamento del 27 marzo 2022

Bambini e ragazzi ucraini giocano ad Alcatraz.

Sono passati 10 giorni esatti dall’ultimo report, 17 giorni da quando è arrivato il primo gruppo di 22 donne e bambini, 9 giorni da quando è arrivato il gruppetto composto da 3 donne e una piccolissima bimba.

A noi sembra un secolo. Non è passato neanche un mese. Noi che cerchiamo già di immaginarci la vita tra due, tre, sei mesi. Loro che non sono ancora pronte a parlare “del domani”, ne allontanano il pensiero, cercando di tenere impegnate le mani. In tutto questo ci si mette anche la pandemia, che rende difficili le relazioni e facili le quarantene, soprattutto se hai due dosi di un vaccino non riconosciuto in Italia.

Il 20 marzo abbiamo festeggiato due compleanni. La prima a ricevere la torta è stata Mariia: consegna in camera causa variante omicron. Mariia è arrivata con il primo gruppo insieme a sua nipote Anna che ha 17 anni. Paola Conti le ha portato un regalo da parte di tutti i volontari, e Beatrice Faccini le ha preparato una torta deliziosa. Lubov ha trovato, tra le cose donate negli ultimi giorni, una bellissima camicia verde speranza e gliel’ha portata, Mariia si è commossa.

Angelina invece ha compiuto un anno, è il suo primo compleanno. È arrivata il giorno prima con Maryna, la sua mamma, la zia Alena e la cugina Viktoria (che ha 17 anni). Sono arrivate dopo quattro giorni di viaggio in macchina, si sono fermate in Slovenia e poi a Bologna, dove dei nostri amici le hanno ospitate una notte e hanno lasciato loro i soldi per fare il pieno alla macchina. Mentre erano in viaggio, ci hanno scritto se era possibile acquistare gli ingredienti per fare una torta per domenica, perché la piccola avrebbe festeggiato il compleanno. Beatrice ha preparato una torta bellissima a forma di 1. Le abbiamo impacchettato un peluche di Ro, il cucciolo di canguro di Winnie the Pooh, Angelina non smetteva di sorridere. In questi compleanni si cerca un po’ di normalità, cura e amore.

I due compleanni: la piccola Angelina con la sua mamma e Mariia che riceve la sua torta.

Il 22 marzo, alle 15.30, abbiamo programmato la prima lezione tenuta da Jacopo Fo: i giochi dello Yoga Demenziale. Dopo il primo momento di smarrimento generale, prese le misure dei tempi della mediatrice linguistica che doveva tradurre dall’Italiano all’Ucraino, il gruppo ha iniziato a entrare nella dinamica. La prima risata, come da programma, è scattata con l’esercizio del braccio che si alza da solo, ma il momento migliore è stato quello del gioco in cui Jacopo spiega come prendere al volo una banconota usando solo due dita. Hanno partecipato tutti: mamme, nonne, zie e bimbi dai 7 anni in su. Hanno continuato a ripetere gli esercizi fino all’ora di cena, ridendo come fossero un gruppo di vacanzieri.

Natalia con Jacopo Fo durante la lezione di Yoga Demenziale.jpg

La sera mi arriva una mail da Maria Cristina Dalbosco, l’oggetto è “Lezioni di Italiano”. Maria Cristina mi racconta quello che è successo qualche giorno fa, precisamente il 16 e il 17 marzo. Sembra di esser lì.

“Pronto? Ciao Federico! Ti chiamo per sentire se sia ancora valida l’offerta tua e di Arianna di aiutarci a organizzare un corso base di italiano ai nostri amici ucraini…”

Cosa possono aver risposto quelle due belle anime?!?

E così, 24 ore dopo, il lungo tavolo della veranda della Libera Università di Alcatraz è costellato di penne e schede di esercizi per i “grandi”, e di fogli pre-disegnati, matite, colori e colla per i più piccini.

“Io mi chiamo…” “Io vengo da…” “Come ti chiami? Da dove vieni?”

Arianna si presenta e la lezione comincia da subito. Ed è commovente, di lì a poco, vedere tutte le teste chine sui fogli e le penne tra le dita: dita di bambine e bambini, di ragazzi, dita curate di giovani mamme, di giovanissime donne, e poi le dita nodose delle nonne.

All’altro tavolo siedono i bimbi piccoli, memorizzano tutto a velocità supersonica! Ogni tanto si intercetta lo sguardo affettuoso e interrogativo di una delle mamme: “all right?” riferito al proprio piccolo o piccola. E al pollice su, risponde un sorriso, e poi si torna al foglio, c’è già il prossimo esercizio.

Il più piccolo in sala, Myhailo, ha due anni: ride, corre avanti e indietro giocando con una macchinina; Zlata, tre anni, resiste un po’ di più a disegnare, ma poi preferisce le ginocchia della mamma.

E poi c’è Lidiia, sembra la più anziana del gruppo anche se rispetto a Lubov – la nostra veterana, attiva come una trentenne – ha quasi dieci anni in meno. Lidiia si arrabbia, non vuole parlare o scrivere frasi, vuole prima capire come si pronuncia il nostro alfabeto. A… bi… ci… di… e trascrive ogni lettera in caratteri cirillici.

Un’ora e mezza è passata, e non ci sono segni di stanchezza, anzi: non riusciamo a staccare Arianna e Federico da quei due tavoli. Finché portiamo due vasi di biscotti e dichiariamo ufficialmente conclusa la lezione numero 1.

Un caffè insieme ai nostri due professori (Arianna e Federico fanno proprio questo, nella vita: insegnano italiano a stranieri) e la loro promessa di tornare la settimana prossima. Ci salutiamo così, con 22 sorrisi e 22 “ciao” che li rincorrono come un’eco, lungo la stradina che scende verso il fondovalle.

A proposito di Maria Cristina vi devo dire un’altra cosa: uno dei ragazzi, Nazar, in Ucraina frequentava un corso di boxe. Alla domanda “cosa ti piace fare” ci ha raccontato che lui si allena con i pugni. Maria Cristina conosce Mario Vignoli che, insieme a tutto il team di Kick Boxing Perugia, ci ha mandato due paia di guantoni e tutto il necessario per allenarsi. La nostra amica Mimma ci ha portato un sacco, Stefano Bertea lo ha appeso… Dal 20 marzo i ragazzi hanno passato tutti i giorni almeno un’ora a sfogarsi così, e alle 11.30 li trovi al Bar di Alcatraz a bersi un tè, apparentemente felici!

Lidiia impara l’alfabeto italiano; Myailo e Nazar in posa con il loro nuovo equipaggiamento da boxe.

Arriviamo al 24 marzo, un giorno speciale, è il compleanno di Dario (Dario Fo n.d.r.). La maggior parte di noi torna con la memoria ai compleanni degli ultimi anni, festeggiati in queste sale, una grande torta e un senso di famiglia lontano dalla routine della compagnia teatrale. Quest’anno non c’è stato tempo di organizzare eventi, tutte le nostre energie sono state messe a servizio dei nostri ospiti.

Mariia mi ha chiesto delle cesoie da giardino e un paio di guanti. Le fanno venire il nervoso i cespugli di alloro “in disordine” che ci sono di fronte alla sua camera. Mi dice che ha visto che ci sono alberi di fichi e chiede se le piante di albicocche sono selvatiche o piantate. Liza traduce in inglese. Le rispondo che è tutto selvatico.

In un maccheronico inglese tradotto in Ucraino le racconto che poco più giù, davanti alla casa dove sta Irina con i figli, c’è il giardino di Franca. Le dico che è mia nonna e che è volata in cielo. Lei mi dice “lo so, la conosco”, me lo dice in ucraino mimando con le mani, battendosi il petto con l’indice e facendo sì con la testa. La capisco senza traduzione. Sorrido. Mi dice che ha visto le rose e che vanno potate, che vuole curare le bordure, le aiuole e le piantine.

Intanto Liza mi parla dell’orto che avevano fatto la scorsa stagione a casa di sua madre, Irina. Che hanno coinvolto anche la piccola Zlata, le hanno spiegato che piantando i semi, dando acqua, poi nascono le piantine. Insieme ai volontari abbiamo parlato più volte dell’idea di fare un orto, un modo di impegnare le giornate, una grande soddisfazione quando poi porti a tavola la tua verdura. Quasi tutti qui ne hanno uno a casa. Oggi non ho resistito e gliel’ho detto: Liza, Mariia e Lydia erano entusiaste. Siamo d’accordo che appena finisce la quarantena lo proponiamo alle altre, che ci procureremo piantine e semi per il “vegetable garden” e fiorellini per le bordure intorno alla struttura centrale.

Nel frattempo sono arrivati Stefano e Jacopo. Un gruppo di amici ha telefonato per proporre di venire a costruire l’orto bioattivo, altri hanno proposto di regalare semi e piantine. Chiamo Paola Moro che aveva già in mente un’azienda a cui chiedere sementi. La terra è bassa ma rende felici.

Venerdì 25 marzo è stata una giornata di sole caldo, il gruppo aveva voglia di fare. Stefano, Natalia, Irina, Nina e Lidia hanno preparato per tutti pasta con totano, polpo e patate (rivisitata con un tocco ucraino). Io ho proposto al resto del gruppo di riaprire lo storico gazebo di Alcatraz. L’idea è piaciuta e abbiamo passato due ore a pulire e a sistemare sedie e tavoli. L’obbiettivo era mangiare finalmente all’aperto.

Stefano, Natalia, Irina, Nina e Lidia preparano la pasta che sarà servita poco dopo all’ombra dello storico gazebo di Alcatraz, appena rimesso in funzione con l’aiuto degli altri ospiti

Oggi è domenica 27 marzo, domani Stefano (che, tra le altre cose, coordina la corvet della cucina e gli approvvigionamenti) avrà la riunione con quello che amichevolmente abbiamo chiamato “consiglio di amministrazione”  del gruppo, formato da una rappresentante per ogni nucleo famigliare. L’argomento sarà il menu della settimana e la lista della spesa. Le ragazze sono diventate abbastanza autonome e noi stiamo imparando a conoscere le ricette tipiche della loro cucina. Oggi però le abbiamo iniziate alla grigliata umbra, il commento di Natasha e Nina è stato D.E.L.I.Z.I.O.S.O!

Stefano,Sofia,Anastasiia e la Grigliata.

Domani si inizia un’altra settimana, andiamo a letto con due obbiettivi:

  • scoprire le tradizioni della Pasqua Ucraina, in modo da non arrivare impreparati;
  • andare a prendere il cane di Liza e Zlata che ora si trova ancora in Ucraina, è arrivato da Kiev in una città a 50 km dal confine con la Romania.

 

27 marzo, Mattea Fo

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Alcatraz per l’Ucraina: aggiornamento del 17 marzo 2022

Alcuni dei bambini ospiti di Alcatraz giocano con il cucciolo di pastore tedesco Alma

Chi conosce da sempre la Libera Università di Alcatraz inizia già a parlare di “Nuova Alcatraz”. Con chi chiede delucidazioni, ci si spiega dicendo: “abbiamo riattivato la struttura come centro di accoglienza”.

Oggi, nelle mille telefonate, nei mille messaggi che si rincorrono nel gruppo del coordinamento, ci è stato chiaro che siamo diventati, in soli 11 giorni, “un centro di accoglienza per donne e bambini – per ora – dall’Ucraina”. Intanto siamo così, ma i progetti sono tanti. E, mentre scriviamo, il gruppo è alle prese con la prima lezione di italiano con Arianna e Fabrizio, volontari di Perugia.

Sono giornate intense. È passata solo una settimana dal loro arrivo, ma a noi sembra già tantissimo. Il gruppo dei volontari sta imparando a coordinarsi, stiamo imparando che ci sono mani, occhi, teste e piedi che lavorano insieme, fianco a fianco, magari non sempre con le stesse idee, ma sempre con lo stesso obbiettivo: far stare bene i nostri ospiti, anzi, le nostre ospiti.

Il nostro diario di bordo continua: oggi raccoglie le parole di Gabriella Canova e Maria Cristina Dalbosco, che hanno ascoltato racconti ed emozioni.

Inizia Gabriella che ha scritto le storie ascoltate negli ultimi due giorni.

Fino a un mese fa, la più grande preoccupazione di Albina era la scuola. Frequentava il liceo artistico. Il suo orgoglio: quelle unghie lunghe e affilate, laccate con cura. Le piace lavorare con l’argilla, mi ha mostrato con orgoglio una maschera che ha costruito: un diavolo nero e rosso con grandi corna. Un po’ inquietante, senz’altro, fermo restando che queste contraddizioni tra la dolcezza dei tratti e i pensieri scuri sono tipici degli adolescenti di tutto il mondo.

Sorrideva mai Alina, fino a quel giorno in cui mi ha mostrato nel suo smartphone quella maschera. Ha sorriso davanti alle mie esclamazioni di stupore, ha riso quando le ho detto che mi faceva un po’ paura. Ieri ha preso da parte Paola Conti e le ha chiesto quanto costasse una piastra per i capelli. Il giorno prima Paola era arrivata con due piastre e aveva chiesto: “a chi servono?” Alina non aveva risposto, poi in privato… A questo punto Paola ha portato una sua piastra da viaggio e gliel’ha data. Poi, minuti dopo, Alina è arrivata con i capelli piastrati, le unghie impeccabili e sorrideva un po’ di più, ma sempre poco.

Tocca tener conto dell’orgoglio di ognuno. Fino al giorno prima erano famiglie magari benestanti e il giorno dopo… Fare attenzione a come si porgono i doni è fondamentale. La prima sera, quando i volontari hanno chiesto se le persone volevano vestiti, scarpe ecc., nessuno ha preso niente, tranne i pigiami. Davanti agli altri tutti si vergognavano, poi un po’ alla volta, quando è stato chiaro che il magazzino era a loro disposizione e non dovevano chiedere, ecco che si sono presi quello che serviva loro.

Quando sono arrivati questi ragazzi erano seri, imbronciati, sembravo arrabbiati, e come condannarli? Poi qualche giorno di sole, un pallone, una piastra per i capelli, iniziare a studiare anche se da lontano, la prospettiva di qualche gita… Non è la soluzione ma aiuta. Non parlano volentieri di quello che hanno lasciato, ti raccontano i fatti, nudi e crudi, senza emozioni. Sono in contatto con le famiglie e i mariti che hanno lasciato in Ucraina.

Liza è un militare, lavora negli uffici. Ha conosciuto il marito 7-8 anni fa alla scuola dell’Accademia Militare. Si sono sposati e hanno avuto una bambina, Zlata. Abitavano in un quartiere a Kiev. Quando hanno iniziato i bombardamenti (proprio di casa loro, per fortuna stavano al primo piano, hanno bombardato dall’ottavo piano in su) lei è partita con la madre e la figlia. Lì è rimasto il marito di Liza, che attualmente è in un posto segreto insieme ad altre 20 persone tra militari e civili. Stanno bene, per ora hanno da mangiare e la corrente elettrica. Quando sono scappate si sono perse il cane. Quando lunedì Irish e Paola Moro hanno portato il loro labrador, la piccola Zlata ci si è sdraiata a terra, vicino, perché così faceva con il suo. Il padre di Elisa, il marito di Iryna, è scappato e si è rifugiato insieme ai vicini di casa in una scuola bombardata, senza corrente elettrica e senza acqua. Si sono sentiti fino a lunedì mattina e lui raccontava che comincia a non esserci più niente. Riescono a ricaricare il cellulare grazie ai militari… ma da allora non lo sentono più.

Nataliia è insegnate di inglese, ha viaggiato molto, ha insegnato inglese ai bambini cinesi per cinque anni. È laureata in economia internazionale. La mamma è psicologa, il papà è un costruttore e lei è qui con la nonna mentre i genitori sono rimasti in Ucraina. Il padre, prima di vederla partire le ha detto: “Vai, hai una carriera davanti, vai, considera che la tua nuova vita potrebbe essere fuori dall’Ucraina. Ti auguro di ritornare, ma prendi in considerazione l’idea che potresti non tornare, noi qui o otteniamo la libertà o moriamo”. Natalia raccontava: “i nostri uomini, se sarà necessario, moriranno per l’Ucraina”. Parla perfettamente inglese e anche altre lingue, Cinzia Monteverdi (Presidente della Fondazione Il Fatto Quotidiano) le ha già parlato sabato scorso, ci sono buone possibilità che riesca a inserirsi velocemente nel mondo del lavoro.

L’aver creato i gruppi per la cucina sta creando coesione tra le famiglie. Si stringono amicizie, ci si scambia ricette. Ormai i volontari si limitano a essere di supporto per indicare dove sono gli utensili, come si usa la lavastoviglie e ad assaggiare i piatti della cucina ucraina. Ieri il borsh con panna acida e prezzemolo era fantastico. E quello che inizialmente è stato preso come un “dovere” per ripagare dell’ospitalità (tanto che Irina non ha risposto al marito che telefonava perché era di turno in cucina) ora sta diventando una cosa loro: hanno capito che possono proporre i loro piatti, cambiare gli orari (ad esempio abbiamo anticipato la cena alle 19).

A unire tutti c’è Myhailo (che si legge Mischi), il più piccolo, due anni, lo vedi correre in giro, si farà le scale duecento volte al giorno… Diventerà un atleta.

Poi, alle 18.00 arriva un messaggio: è Maria Cristina che si aggiunge al racconto.

Sono quasi le 11 e già ci troviamo in cucina con Liza e Nataliia per organizzare il pranzo delle 13: come d’uso, in tavola verrà portata una zuppa, e oggi quello che noi chiamiamo “secondo” sarà un piatto di penne con sugo all’amatriciana! Alla zuppa pensano completamente le ragazze ucraine di turno, il sugo all’amatriciana, invece, andrà preparato insieme a Luciana, perché vogliono imparare un po’ di cucina italiana. Ci stiamo capendo un po’ in inglese e un po’ a gesti, quando dall’altra sala corre una delle giovani donne con in mano un cellulare che suona, chiamando “Liza, Liza”… ed è chiaro che dall’altra parte dello smartphone c’è il marito.

Liza e la sua piccola Zlata di 3 anni ora sono appartate in un angolo, si sente la vocina della bimba parlare col papà, il tono tranquillizzante della mamma che accompagna la chiacchierata. E poi il tono di Liza cambia un po’, diventa più serio. Slata si muove per la sala ma non ha una meta, si riavvicina alla mamma che intanto, chissà, starà raccontando come stanno, cosa fanno; e poi solo qualche monosillabo, sta ascoltando, avrà chiesto informazioni. C’è solo umanità e amore in quella lunga conversazione che si svolge in una lingua incomprensibile; eppure, il colore delle voci suona così universale…

È calato il silenzio. Attendo qualche minuto e mi avvicino con il barattolone dei biscotti appena sfornati da Luciana. E Liza mi racconta che suo marito sta bene, è felice che sia ancora vivo, lui, che sta con un gruppo di militari un po’ fuori da Kiev. Racconta che ai soldati è stato portato tanto cibo ma non hanno possibilità di cucinarlo, e allora ci pensano le famiglie che abitano nei dintorni, che cuociono le patate, la carne, le zuppe, e gliele fanno avere. Mi mostra una foto dove sono insieme, solo loro due, sono bellissimi, le faccio i complimenti. Lei ha gli occhi lucidi, mi dice che oggi lo ha visto stanco, dimagrito, “con due grandi strisce grigie sotto gli occhi”. Ma rasserenato perché la sua famiglia sta bene, al sicuro, in un ambiente pieno di cura e affetto.

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Alcatraz per l’Ucraina: l’aggiornamento di Monteverdi e Fo

Libera Università di Alcatraz, 15.03.2022

Cari donatori,
nel ringraziarvi per aver dato un contributo alla raccolta fondi per il progetto Emergenza Ucraina, vogliamo aggiornarvi in merito al lavoro che la Fondazione Fo Rame sta compiendo presso la struttura della Libera Università di Alcatraz, luogo dove abbiamo accolto un gruppo di 22 profughi ucraini. Donne e bambini.

Il progetto, oltre alla prima accoglienza e alla fornitura di beni di prima necessità, è finalizzato al recupero dell’autonomia dei profughi, attraverso un percorso che prevede in prima battuta l’acquisizione degli strumenti necessari all’inserimento nella nostra comunità e l’identificazione delle attitudini e potenzialità delle persone. Il progetto “Alcatraz per l’Ucraina” è cominciato venerdì 11 marzo scorso.

Le cose messe in cantiere fino ad oggi:

Aspetti amministrativi:
• Abbiamo raccolto i nominativi di tutti, fatto le copie dei documenti e comunicato a Comune, Prefettura e ASL la presenza di queste persone nella nostra struttura; parallelamente abbiamo raccolto le informazioni per l’inserimento dei minori all’interno delle scuole, percorso che faremo insieme agli assistenti sociali del Comune di Gubbio che stanno gestendo l’emergenza degli arrivi dall’Ucraina su territorio comunale.

Mediazione:
• Già prima dell’arrivo di questo gruppo, abbiamo attivato la collaborazione con l’Associazione Culturale “Centro Lingua e Cultura Russa in Umbria” e con l’Associazione “Donne dell’Est in Umbria” che si sono impegnati per garantire una presenza giornaliera di una mediatrice linguistica/culturale.

Salute:
• Grazie al coinvolgimento di queste associazioni, sabato pomeriggio abbiamo fatto venire una dottoressa di origine russa che ha visitato bambini e anziani verificando il loro stato di salute.

Ascolto e Conoscenza:
• Tutti i giorni, due volontarie si impegnano a creare una situazione di spontaneo “punto di ascolto”, avvalendosi dell’aiuto della mediatrice linguistica oppure delle ragazze che sanno l’inglese, durante il quale le giovani donne nostre ospiti possono raccontare la propria storia, esprimere le proprie necessità e dirci quali sono le loro passioni. L’obiettivo è cercare di stimolare il racconto e, nel caso di passioni specifiche, cercare di dargli gli strumenti/i materiali per portarle avanti. Ad esempio c’è una ragazza che ama decorare le candele, un’altra ragazza ha la passione di plasmare l’argilla. I ragazzi amano giocare a pallone, mentre uno di loro ha la passione per l’acquerello. Una delle signore è appassionata di pittura con la tecnica “diamante” (Diamond Painting). Durante questi momenti abbiamo scoperto che una delle signore è capace di usare l’uncinetto, e quindi, vista la collaborazione di una delle nostre volontarie con l’Associazione Cuore di Maglia, abbiamo pensato di coinvolgerla nella preparazione dei kit per i bimbi ricoverati nelle terapie intensive neonatali. Coltivare le proprie passioni e sviluppare le proprie potenzialità è un passo fondamentale nel recupero dell’autonomia.

La Lingua, la Scuola e attività ludico/formative:
• Ci siamo attivati per l’organizzazione di un corso di Italiano, sia per gli adulti che per i bambini/ragazzi. Troviamo fondamentale che i più giovani imparino qualche parola prima dell’inserimento nel mondo della scuola e gli adulti possano acquisire una base di italiano necessaria per un integrazione più rapida. Abbiamo anche attivato l’organizzazione di un programma di attività ludico/formative per far trascorrere il tempo a queste persone facendo qualcosa che le aiuti a distrarsi, ma che sia anche d’aiuto all’apprendimento della lingua. Le attività che stiamo organizzando nell’immediato sono: passeggiate ed escursioni nel bosco di Alcatraz, giochi di teatro per aiutare la conoscenza del gruppo e l’uso della lingua italiana, laboratori di canto, pet therapy con avvicinamento all’asino e al cavallo per i più piccoli, coinvolgendo le fattorie didattiche di zona, tornei di calcio e pallavolo, coinvolgendo i ragazzini che abitano nel vicinato. A breve verranno predisposti giochi come scivoli e altalene per i bambini. Trascorse queste prime giornate di assestamento, vogliamo attivare un corso di cucina italiana per le donne, in modo che possano prendere dimestichezza anche con ingredienti che non hanno mai utilizzato. Abbiamo ricevuto notizia che, forse, intorno al 14/16 marzo, per i ragazzi comincerà la DAD con la loro scuola a Kiev. Speriamo sinceramente che questo percorso a distanza si possa realizzare e che i loro professori lo riescano a mantenere in modo tale non perdano l’apprendimento fino a quando saranno inseriti nella scuola italiana.

Accoglienza e incontro con la comunità umbra:
• Domenica pomeriggio le famiglie che abitano in valle sono venute a salutare i nuovi ospiti, portando bambini e ragazzi che hanno contribuito a “sciogliere il ghiaccio”. Si è svolta una commovente partita a schiaccia sette, e proprio dagli adolescenti abbiamo appreso che non occorre una mediatrice linguistica, basta usare il traduttore di google per parlarsi, unico inconveniente è che così “parla lui”…
• Tra i numerosi aiuti e proposte che ci sono pervenute, un gruppo di parrucchieri ed estetisti si è proposto di venire a prestare la loro collaborazione regalando a queste persone una mezza giornata dedicata al loro benessere e cura personale.

Indipendenza:
• Grazie al lavoro dei volontari e delle mediatrici, già da sabato sera un gruppo di ragazze ha iniziato ad aiutare nella preparazione dei pasti. Ieri pomeriggio si sono organizzati dei turni per la pulizia degli spazi comuni e oggi pomeriggio si è preparato il menù della settimana in modo da poter gestire gli acquisti in maniera ponderata e con il loro coinvolgimento. Domani mattina due di loro verranno coinvolte nell’acquisto degli alimenti che mancano in dispensa (principalmente il fresco).

Continueremo a tenervi aggiornati. Nei prossimi giorni pubblicheremo i dettagli del progetto più ampio, finalizzato a costruire un modello di impresa dove queste persone possano sviluppare anche la loro indipendenza economica.

Grazie per la vostra fiducia.
A presto.

Mattea Fo
Presidente della Fondazione Dario Fo e Franca Rame

Cinzia Monteverdi
Presidente Fondazione Fatto Quotidiano

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Emergenza Ucraina: creiamo una rete di supporto per donne e bambini in fuga

Checkpoint di Uzhhorod, al confine Ucraina-Slovacchia. — Foto by Ukrinform

La Fondazione Dario Fo e Franca Rame è nata nel 2019 con l’obiettivo di mantenere la memoria delle iniziative e delle attività di Dario Fo e Franca Rame, diffondendo il loro esempio umano e creando un centro operativo in cui raccogliere, promuovere e divulgare progetti coerenti con i loro valori. L’attività svolta dalla fondazione persegue, quindi, finalità esclusivamente rappresentate dalla solidarietà sociale, culturale e ambientale.

Per dare una risposta concreta all’emergenza umanitaria in Ucraina, la Fondazione Fo Rame e la Fondazione Il Fatto Quotidiano hanno messo in piedi un’operazione di accoglienza e una raccolta fondi che consentirà di assicurare in primis alle famiglie accolte la permanenza nella struttura, prodotti alimentari e generi di prima necessità ma soprattutto realizzare un percorso di autonomia.

“Siamo entrati in contatto con Piero Verona, titolare di un’agenzia di viaggi di Pietrasanta dotata di bus turistici, e grazie alla sua  disponibilità, generosità e spirito d’iniziativa è stato possibile organizzare lo spostamento e la messa al sicuro di un gruppo di famiglie fuggite dall’Ucraina e rifugiate in un campo profughi in Romania”.

Cinzia Monteverdi, Presidente della Fondazione il Fatto Quotidiano

Un’iniziativa pensata insieme alla Fondazione Fo Rame, che ha messo a disposizione le strutture ricettive della Libera Università di Alcatraz, in provincia di Perugia, per accogliere queste persone in fuga, e che la Fondazione il Fatto Quotidiano aiuterà per il sostentamento.

“Da quando è iniziata la Guerra in Ucraina ci siamo chiesti come poter aiutare le persone che stanno scappando da quei territori. La nostra famiglia è proprietaria della Libera Università di Alcatraz, centro culturale e turistico tra Gubbio e Perugia. Con l’arrivo della pandemia abbiamo sospeso le attività in presenza e, mentre l’attacco russo all’Ucraina si faceva sempre più duro, abbiamo iniziato a ragionare sul fatto che avremmo potuto accogliere un piccolo gruppo di profughi negli spazi di Alcatraz attualmente inutilizzati”.

Mattea Fo, Presidente della Fondazione Fo Rame

“Obiettivo importante per le nostre Fondazioni è consentire a queste persone di poter immaginare e realizzare una rinascita che possa restituire loro una prospettiva di vita dignitosa. Per questo costruiremo un modello di comunità nella splendida ambientazione offerta dalla Fondazione Fo Rame che punti ad un’autonomia economica. Partendo dalla terra e recuperando le potenzialità delle persone che oggi hanno perso tutto per colpa della guerra”.

Cinzia Monteverdi, Presidente della Fondazione il Fatto Quotidiano

EMERGENZA UCRAINA

Raccolta fondi per beni di prima necessità per i profughi ucraini

La Fondazione Il Fatto Quotidiano intende supportare la Fondazione Dario Fo e Franca Rame con una raccolta fondi per assicurare a un gruppo di 30 profughi ucraini accolti nella struttura della Libera Università di Alcatraz (Gubbio) prodotti alimentari e generi di prima necessità e per fare fronte a tutte le urgenze che si presenteranno.

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L’arrivo dei rifugiati ucraini nella Libera Università di Alcatraz – Un estratto dal servizio di Alberto Sofia per ilfattoquotidiano.it

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Il video-messaggio di Damiano Rizzi presidente di Soleterre

I ringraziamenti del Presidente della Fondazione Soleterre Damiano Rizzi a tutti coloro che hanno fatto una donazione per i bambini oncologici ucraini.

La generosità di chi ha partecipato alla raccolta fondi permetterà a Soleterre di continuare ad approvvigionare 4 centri ospedalieri: l’Istituto Nazionale del cancro di Kiev, la Neurochirurgia pediatrica di Kiev, l’Oncologia pediatrica di Ternopil, e l’Ospedale di Leopoli.

“In questo momento il nostro compito è quello di prenderci cura dei pazienti oncologici. E mai come in questo caso la donazione significa molto di più di un corrispettivo in medicinali, significa anche un’adesione ad un’idea di mondo in cui si possano costruire e creare legami di pace tra le persone”.

Vai alla raccolta

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Kiev, struttura evacuata d’urgenza: non fermiamo le cure per i bambini con il cancro

Ospedale di Kiev

Fondazione Soleterre è una ONG che dal 2003, insieme al proprio partner e associazione gemella Fondazione Zaporuka, lavora in Ucraina, dove ha realizzato interventi strutturali, garantito strumentazione medica e forniture di farmaci nei reparti dell’Istituto del Cancro e dell’Istituto di Neurochirurgia di Kiev, e aperto una casa d’accoglienza per ospitare gratuitamente i tanti bambini malati in cura a Kiev, ma che provengono da zone remote del paese.

Prima dell’intervento di queste due associazioni, le famiglie dei piccoli pazienti dormivano nelle stazioni, non potendo permettersi un alloggio, avendo dovuto vendere ogni avere per acquistare farmaci e coprire le spese di viaggio. Il sistema sanitario ucraino infatti non copre completamente le spese sanitarie legate al cancro: farmaci, operazioni chirurgiche, esami diagnostici.

Negli ultimi anni, Fondazione Soleterre ha esteso il proprio intervento anche alla città di L’viv, nell’ovest del paese, per creare la prima Unità trapianti di midollo osseo per la cura dei tumori pediatrici (un progetto in collaborazione con Policlinico San Matteo di Pavia e AIEOP, Associazione Italiana Ematologia Oncologia Pediatrica) e finanziato la Fondazione Rosa Pristina che permetterà di effettuare ogni anno circa 24 trapianti di midollo a bambini malati di cancro.

Quello di Fondazione Soleterre è un intervento multidisciplinare che pone al centro la salute fisica e il benessere psico-sociale dei piccoli pazienti oncologici e che ha contribuito, dal 2003 ad oggi, a innalzare i tassi di sopravvivenza, portandoli dal 55 al 64% (State Program “Paediatric Hematology and Oncology for the Period of 2011-2015” e successive), a raggiungere complessivamente oltre 28.000 bambini con i loro genitori e a formare oltre 1.600 medici, pediatri e paramedici.

Dopo le ultime drammatiche evoluzioni, gli operatori di Soleterre sono al lavoro per mettere in sicurezza i bambini malati di tumore ricoverati nell’ospedale di Kiev. I bambini della casa di accoglienza Dacha sono stati evacuati d’urgenza nel bunker dell’ospedale, ma molti medici sono assenti perché scappati dalle loro famiglie.

EMERGENZA UCRAINA

Raccolta fondi per le cure mediche dei bimbi oncomalati

Nella drammatica situazione d’emergenza in cui ci troviamo, la Fondazione il Fatto Quotidiano vuole supportare Soleterre con una raccolta fondi che  garantisca la continuità delle cure mediche per i piccoli pazienti oncologici (farmaci, materiale sanitario, chemioterapie) e il funzionamento della casa di accoglienza Dacha di Kiev (spese di gestione, utenze, affitto, personale della casa a supporto dei bambini).

VAI ALL'INIZIATIVA

“La popolazione è stremata, non sappiamo cosa accadrà nelle prossime ore. Continuare a fornire le cure ai bambini oncomalati e metterli subito in sicurezza, queste sono le nostre priorità.  Siamo in contatto costante con il nostro staff, ci aspettiamo di tutto. La vita umana non deve essere misurata sul terreno. La lezione della storia non ci ha insegnato nulla. Noi non perdiamo la speranza di riuscire a edificare un’umanità capace di amore, di costruire, di vivere insieme”.

Il Presidente di Soleterre, Damiano Rizzi.

Una piccola paziente oncologica dell’ospedale di Kiev – Video da archivio Soleterre
Un’infermiera prepara la somministrazione della chemioterapiaVideo da archivio Soleterre
Il video-messaggio del Presidente di Soleterre Damiano Rizzi
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In attesa di nuove raccolte, sostienici con una tessera

Continua a sostenere la Fondazione il Fatto Quotidiano

Siamo orgogliosi di annunciare che, grazie alla vostra generosità, tutte le iniziative promosse dalla Fondazione hanno raggiunto gli obiettivi prefissati, e che i fondi raccolti sono stati consegnati alle associazioni coinvolte.

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Nell’attesa di farne partire la raccolta, vi ricordiamo che è possibile continuare a sostenere la Fondazione richiedendo o regalando una Tessera.

La Tessera, al costo di 20 euro, consente di usufruire di convenzioni esclusive con teatri, spazi culturali, cinema ed eventi nazionali, e di ricevere una newsletter mensile con aggiornamenti su tutte le attività e i nuovi progetti della Fondazione.

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Lettera da Alessandra Davide, Presidente Trama di Terre

Trama di Terre è un’associazione interculturale di donne attiva dal 1997. Il suo obiettivo è accogliere e costruire relazioni tra donne native e migranti, promuovere i diritti di autodeterminazione di tutte e contrastare discriminazioni e violenza, in tutte le sue forme.

“E poi, come ha scritto nonna Rocìo in uno scontrino, ci sono tutti quelli che fanno quello che possono. Il mondo è fatto di persone che fanno quello che possono. E loro, in qualche modo, sono arte”. ― Sara Fruner, L’istante Largo.

L’Associazione Trama di Terre ringrazia tutti quelli che fanno quello che possono e che hanno permesso alla Fondazione il Fatto Quotidiano di raccogliere preziose risorse da destinare a donne che hanno intrapreso con dolore, fatica e fermezza un percorso di emancipazione dalla violenza.

Ringraziamo sentitamente Cinzia Monteverdi, per averci coinvolto in questo temerario progetto che mira a sostenere economicamente le donne in momentanea difficoltà.

La violenza maschile produce un elevato costo, non solo emotivo per chi è direttamente coinvolto, ma anche economico e sociale. Le donne costrette a lasciare la propria casa, la propria vita e le proprie abitudini, per il benessere psicofisico e la sicurezza, si ritrovano a dover (r)iniziare tutto da principio. Purtroppo lo Stato non sempre, anzi raramente, si manifesta in loro sostegno in modo repentino e adeguato, anche a livello economico.

Questo governo, silente su vere politiche a contrasto della violenza maschile e dei femminicidi, ha presentato la misura del Reddito di Libertà come una risposta alle conseguenze che produce la violenza maschile. Si tratta, però, di una risorsa mensile di 400 euro che non basta neppure a pagare l’affitto di un appartamento. E in molte regioni le risorse non saranno sufficienti per rispondere alle richieste.

Inoltre continuano a mancare risorse adeguate per Centri Antiviolenza, Case rifugio, formazioni ad operatrici/ori socio sanitari e legali. Questi sono gli attori fondamentali che lavorano ogni giorno affinché la violenza maschile venga intercettata, fermata e sanzionata senza che le donne subiscano vittimizzazione secondaria.

Eppure, ancora oggi, molte lavoratrici nei Centri Antiviolenza sono sottopagate o sostituite da attiviste volontarie e gli operatori/trici sono comunque insufficienti per garantire risposte efficienti. Gli interventi di prevenzione sono troppo spesso affidati alla volontà dei singoli più sensibili, o peggio a bandi annuali che non sono sempre garantiti. Sostanzialmente, non solo mancano a bilancio risorse che assicurino politiche integrate e programmate su lungo periodo, ma una politica di genere e trasversale che intervenga su temi come lavoro, casa, welfare e salute, con l’obiettivo di sradicare la radice della violenza maschile contro le donne: le discriminazioni secolari.

Lo Stato è quindi latitante, come lo è stato con la morte di Adelina Sejdini, abbandonata dai sostegni governativi dopo avere collaborato ad arrestare sfruttatori della prostituzione e morta suicida a Roma a novembre scorso. Lo Stato continua solo ad elargire briciole a noi donne che con la nostra pelle e con le nostre denunce, invece, diamo vita a un processo di emancipazione per l’intera società civile. A riempire il vuoto delle risorse destinateci dagli enti pubblici è arrivato l’appoggio della Fondazione il Fatto Quotidiano che ha riconosciuto il valore del lavoro dei Centri Antiviolenza, rispondendo con questa raccolta alle nostre richieste di più sostegno economico per le donne stesse.

“Il movimento civile ha dimostrato che quando l’uguaglianza viene garantita per legge ma i livelli di coscienza rimangono gli stessi, fatalmente dominio e oppressione finiscono per riaffermarsi e dell’uguaglianza non resta che l’apparenza.” ― bell hooks, Scrivere al buio

La politica deve assumersi la responsabilità della violenza economica e della povertà, per lo più vissuta dalle donne. Ci auguriamo che questo vostro gesto di solidarietà possa servire a riportare all’attenzione del governo la violenza economica agita nei confronti delle donne: una violenza usata dagli uomini maltrattanti, una violenza conseguente alle nostre denunce e una violenza istituzionale strutturata contro tutte le donne.

Abbiamo contribuito a costruire il progetto “Borse di autonomia” della Fondazione il Fatto Quotidiano perché riteniamo che a tale problema non si debba rispondere solo con forme di beneficenza, ma con politiche strutturate. Per questo motivo vi ringraziamo ancora, poiché non solo con il vostro impegno avete fornito nuove opportunità di vita ad alcune donne, ma soprattutto perché avete dato ai Centri Antiviolenza la possibilità di accendere i riflettori su una delle discriminazioni più ostativa all’autonomia, all’indipendenza e all’autodeterminazione delle donne.

Un caro saluto

Alessandra Davide
Presidente Trama di Terre

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