Come un fiore: le campagne screening possono salvare la vita

Ersilia Sabatelli, 62 anni, campana della provincia di Avellino, deve la vita a uno screening. È la figlia Stefania Iovino a ripercorrere le tappe, da quando il 22 luglio di quest’anno gli accertamenti di routine (una mammografia e una ecografia, poi seguite da una biopsia effettuata al Policlinico Gemelli di Roma) non hanno rilevato un nodulo di due centimetri: un carcinoma. “Mia nonna e la mia bisnonna materne sono morte a causa di un tumore all’utero – spiega Stefania -. C’è una familiarità che da anni ci porta entrambe, sia io sia mia madre, a partecipare a campagne di prevenzione contro i carcinomi femminili. Il medico che ha eseguito i primi esami si è accorto subito che qualcosa non andava, che quel nodulo, difficilmente rilevabile con la palpazione, era sospetto. Fortunatamente l’abbiamo preso in tempo e non è un tumore molto aggressivo. Mia madre è una donna molto forte. Per me e per mio padre è stato uno choc, lei invece sta affrontando tutto con grande coraggio. Mi dice: andiamo avanti, non vedo l’ora di ricominciare a vivere”.

All’inizio non le sembrava vero, non credeva che a lei potesse succedere. Simona Orlandi Posti, 51 anni, romana, collaboratrice di un europarlamentare, ha scoperto di avere un carcinoma al seno nel 2019, durante una delle “Giornate della Prevenzione” organizzate da Komen Italia, l’organizzazione non profit in prima linea nella lotta ai tumori del seno fondata in Italia nel 2000 dal prof. Riccardo Masetti, Direttore dell’Unità Operativa Complessa di Chirurgia Senologica e del Centro di Senologia del Policlinico Gemelli di Roma. Simona è una di quelle 56mila donne che ogni anno in Italia ricevono quella diagnosi. È salita su una delle “Carovane della Prevenzione”, a Roma, e si è ritrovata a fare mammografia, ecografia al seno… quasi per caso. Non pensava di poter rischiare di avere un cancro. E, invece, il sospetto di quel medico sul camper “in rosa” le viene confermato pochi giorni dopo dalla biopsia. “Il tumore aveva già aggredito un linfonodo – ricorda Simona – ma tutta la ‘macchina’ si è attivata subito: mi hanno operata per asportarlo, e poi ho dovuto sottopormi a quattro cicli di chemioterapia. Quella campagna di prevenzione mi ha salvato la vita: con solo tre o quattro mesi ‘di ritardo’ il carcinoma sarebbe stato scoperto a uno stadio troppo avanzato… I medici mi hanno aiutata ad affrontare la malattia passo dopo passo. Oggi mi sottopongo a controlli ogni tre mesi e sarà così per i prossimi due anni. Dopo, per altri cinque anni, basteranno una volta ogni dodici mesi”.

di Natascia Ronchetti

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    Raccolta fondi per la Carovana della Prevenzione

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Come un fiore: supportiamo la diagnosi precoce del tumore al seno

Unità mobili della “Carovana della Prevenzione”

Nel mondo, il tumore del seno è la neoplasia più diagnosticata tra le donne, con oltre 1,6 milioni di casi ogni anno. In Europa si contano 464.000 nuovi casi ogni anno. In Italia si registrano annualmente oltre 56.000 nuovi casi.

La mortalità nei paesi occidentali è progressivamente diminuita negli ultimi 25 anni e i tassi di cura sono oggi piuttosto elevati (oltre il 90% di guarigioni quando la malattia viene scoperta in fase iniziale). Ma il tumore del seno resta comunque la principale causa di morte per cancro della popolazione femminile mondiale e si stima che entro il 2025, nel mondo, quasi 6 milioni di donne moriranno per questa malattia.

La prevenzione, nelle sue varie declinazioni, è uno strumento molto efficace che ogni donna può usare per proteggere la propria salute. Con riferimento ai tumori del seno, la prevenzione aiuta infatti a rendere meno severo l’impatto sociale e sanitario di questa malattia.

Abbiamo aperto la nostra festa annuale del Fatto Quotidiano 2023 con la proiezione di un cortometraggio di Benedicta Boccoli sul tema intitolato “Come un fiore” (guarda il video), per sensibilizzare su questa terribile malattia che ancora oggi colpisce tante donne e per cui il concetto di prevenzione è davvero la svolta che può salvare una vita.

Per questo motivo abbiamo deciso di supportare con questa iniziativa Komen , organizzazione in prima linea nella lotta ai tumori del seno su tutto il territorio nazionale con una raccolta fondi per raggiungere con le Unità mobili della “Carovana della Prevenzione” tre città italiane in: Piemonte, Lazio e Calabria.

La Carovana della Prevenzione è il Programma Nazionale Itinerante di Promozione della Salute Femminile di Komen Italia che offre ad un pubblico sempre più ampio attività gratuite di sensibilizzazione e prevenzione delle principali patologie oncologiche di genere.
In particolare, la Carovana della Prevenzione si rivolge a donne che vivono in condizioni di disagio sociale ed economico e che per questo dedicano meno attenzione alla propria salute.
La Carovana della Prevenzione ha svolto oltre 700 “Giornate di Promozione della Salute Femminile” in 17 regioni italiane, offrendo oltre 50.000 prestazioni mediche gratuite in luoghi e realtà dove la prevenzione arriva con molta più difficoltà.
Le Unità Mobili operano con personale sanitario specializzato della Fondazione Policlinico Universitario A. Gemelli e volontari di Komen Italia, anche affiancati da enti locali, istituzioni cliniche territoriali e associazioni non profit che collaborano al progetto.
In particolare la Fondazione Il Fatto Quotidiano, consentirà ad alcune delle sei Unità Mobili della Carovana della Prevenzione di raggiungere nuove città al nord, al centro e al sud d’Italia per offrire in modo totalmente gratuito tutti gli esami di diagnostica senologica clinica e strumentale per la diagnosi precoce dei tumori del seno.

La prevenzione è la migliore cura che ci possa essere!

 

Borsa 1: Carovana della Prevenzione in Piemonte

Obiettivo: effettuare visite gratuite in Piemonte

La Fondazione supporta Komen Italia mandando in Piemonte la Carovana della prevenzione per visite gratuite di diagnosi precoce di tumore al seno.

 

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Borsa 2: Carovana della prevenzione nel Lazio

Obiettivo: effettuare visite gratuite nel Lazio

La Fondazione supporta Komen Italia mandando nel Lazio la Carovana della prevenzione per visite gratuite di diagnosi precoce di tumore al seno.

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Borsa 3: Carovana della prevenzione in Calabria

Obiettivo: effettuare visite gratuite in Calabria

La Fondazione supporta Komen Italia mandando in Calabria la Carovana della prevenzione per visite gratuite di diagnosi precoce di tumore al seno.

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Un calcio a Gomorra: obiettivo raggiunto! Grazie ai donatori

Ha raggiunto il suo obiettivo la raccolta fondi portata avanti in questi mesi dalla nostra Fondazione insieme all’Associazione Sportiva Dilettantistica Secondigliano. La riqualificazione del campetto di calcio Emilia Laudati può finalmente partire: un progetto per combattere l’abbandono scolastico, allontanare i ragazzi dalla strada e interrompere la spirale della criminalità.

Il presidente Vincenzo Strino: “Siamo felici! Finalmente possiamo tornare a fare attività con i ragazzi in questo luogo simbolo di Secondigliano. Grazie infinite a tutti gli amici del Fatto e alla Fondazione Il Fatto Quotidiano. È solo con il vostro supporto che tutto ciò è potuto avvenire.

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Insieme per l’Emilia: obiettivo raggiunto! Grazie ai donatori

Raccolti in tempi record 30.000 euro per l’ultima iniziativa umanitaria lanciata mercoledì scorso in favore delle comunità dell’Emilia-Romagna colpite dall’alluvione. La campagna, promossa a sostegno delle attività dell’associazione di Ravenna “Cuore e Territorio”, ha così raggiunto l’obiettivo.

Il presidente Giovanni Morgese: “Grazie infinite a tutti gli amici del Fatto. Permetteranno di far arrivare aiuti concreti con cui ricostruiremo le nostre città”.

Non possiamo che unirci anche noi ai ringraziamenti ai nostri donatori.
Grazie dalla Fondazione il Fatto Quotidiano!

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Alluvione in Emilia Romagna: diamo un sostegno concreto a chi ha perso tutto

Volontari al lavoro nel comune di Cesena, 24 maggio 2023 — Foto LaPresse, Sara Sonnessa

Per dare un supporto concreto all’emergenza alluvionale in Romagna, la Fondazione Il Fatto Quotidiano e l’associazione ravennate Cuore e Territorio hanno avviato una raccolta fondi per reperire beni di prima necessità per gli sfollati e sostenere i servizi di assistenza in favore di famiglie e persone fragili, la cui condizione è aggravata dall’inondazione.

Oggi, la maggioranza delle persone è rientrata nelle proprie abitazioni, ma la situazione è ancora drammatica. Servono generi di prima necessità: non solo cibo, ma anche vestiti, soprattutto per i bambini.

Alcuni paesi sono ancora in condizioni fortemente critiche. A Conselice, tuttora allagata, l’acqua è stagnante, con gravi rischi sanitari. Molte strade sono ancora bloccate dai materiali travolti dall’acqua, diventati rifiuti maleodoranti con l’esposizione al sole.

Molte persone hanno perso tutto. Il loro primo pensiero è ricostruire. Aiutiamole con un sostegno economico.

ALLUVIONE IN EMILIA ROMAGNA

Raccolta fondi per sostenere l’assistenza alle comunità emiliane

La Fondazione Il Fatto Quotidiano intende supportare l’associazione ravennate Cuore e Territorio con una raccolta fondi per reperire beni di prima necessità per gli sfollati e sostenere i servizi di assistenza in favore di famiglie fragili, la cui condizione è aggravata dall’emergenza alluvione.

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L’iniziativa di un lettore del Fatto per dare “Un calcio a Gomorra”

Luigi Aliberti, 78 anni, malato di Sla, ha indetto con la sua società sportiva una competizione under 14 in 4 paesini del Salernitano, per supportare la raccolta fondi in favore del rione Fiori

Al bar Sport di Siano (Salerno) tra un caffè e un bitter si può sfogliare una copia del giorno del Fatto quotidiano. La famiglia Aliberti l’acquista ogni giorno e la mette a disposizione dei loro clienti da una dozzina d’anni. “Siamo abbonati dal 2010, è una delle poche voci libere, forse l’unica. Amiamo la schiettezza del linguaggio, che non è solo di denuncia, ma propone cose da fare affinché il Paese migliori”, ci dice con un filo di voce Luigi Aliberti, 78 anni, spesso costretto su una sedia a rotelle dalla Sla e “dirigente sportivo da quando sono nato”. Aliberti, nonostante i suoi problemi di salute, grazie a un cellulare sempre bollente e una tenacia senza limiti continua ad essere il patron e il factotum della scuola calcio “ASD Valle dell’Orco Academy” di Castel San Giorgio (Salerno), un paese di 13mila abitanti al confine tra la provincia salernitana e l’Irpinia. La sua Academy insegna calcio a 71 ragazzini, da crescere tra la passione per il pallone e l’attenzione e l’aiuto verso i meno fortunati.

La premessa è necessaria. È la scintilla del fuoco di solidarietà che si è acceso e che raccontiamo. Infatti è leggendo il Fatto, leggendo il nostro reportage pubblicato a gennaio, che Aliberti ha deciso di mobilitare la sua scuola calcio per dare una mano al progetto “Un Calcio a Gomorra”, la raccolta fondi promossa dalla Fondazione Fatto quotidiano per riqualificare il campetto Emilia Laudati a Secondigliano, Napoli, e permettere così ai ragazzini del quartiere di tornare a giocare, proprio a pochi metri dall’ex fortino del clan Di Lauro. Una raccolta che sta proseguendo tra slanci di generosità sorprendenti, come quello della ditta Vuolo che nei giorni scorsi ha spedito alla Fondazione una lettera con la quale si impegna a contribuire a uno delle due raccolte accese, quella che prevede l’acquisto di recinzioni, porte, illuminazioni…

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8 marzo: quattro squadre femminili in campo per il rione Fiori

È nel cuore della periferia di Napoli, a Secondigliano, che nel giorno della Festa della Donna l’associazione sportiva dilettantistica ASD-Secondigliano ha promosso il torneo di calcetto “Diamo un calcio agli stereotipi“. In campo quattro squadre femminili. Una composta dalle ragazze iscritte all’Asd, un’altra dalle loro madri e la terza dalle atlete della società sportiva Napoli femminile, che milita in serie B. Infine la quarta costituita da “Prime minister”, scuola di politica per giovani donne.

Un torneo benefico voluto dall’ASD, con il sostegno di Round Table, associazione napoletana di giovani filantropi, per mettere in rete, creare comunità e promuovere la raccolta fondi “Un calcio a Gomorra”, il progetto sostenuto dalla Fondazione Fatto Quotidiano, in collaborazione con la stessa Asd. L’obiettivo è quello di riqualificare il campo da calcio a cinque in disuso che si trova all’interno del parco Emilia Laudati, area di 28mila metri quadrati da anni in stato di abbandono, in un quartiere, Secondigliano, che da solo fa 50mila abitanti ma non ha una vera e propria struttura pubblica funzionante che possa essere per i giovani un’alternativa alla strada.

Qui un ragazzo su due non termina la scuola d’obbligo e finisce col popolare il mondo del lavoro nero, se non direttamente quello della criminalità organizzata che porta la maggior parte di queste “giovani leve” o al carcere o alla morte. Il campo che la Fondazione Il Fatto quotidiano, assieme all’Asd Secondigliano, vuole restituire al quartiere sorge proprio a due passi dallo storico Rione dei Fiori, chiamato anche “Terzo Mondo”, famoso per essere stato il fortino dello storico clan Di Lauro che ha ispirato la penna di Roberto Saviano per la sua “Gomorra”: un tempo la piazza di spaccio a cielo aperto più grande d’Europa.

L’obiettivo del progetto “Un calcio a Gomorra” è raccogliere 47 mila euro, attraverso due “borse”: una per il manto erboso e una per l’acquisto di porte e recinzioni. Per restituire ai bambini e ai giovani di Secondigliano un luogo dove giocare e ritrovarsi, grazie a un “patto di cittadinanza” con le famiglie. L’associazione Asd, infatti, garantisce due allenamenti alla settimana, ma anche attività laboratoriali e un doposcuola, pagando una quota di 10 euro all’anno. Chiede però una contropartita. I ragazzi devono frequentare la scuola dell’obbligo e avere un buon rendimento. “Oggi – spiega il presidente di Asd, Vincenzo Strino – abbiamo una ottantina di iscritti. I più piccoli, con una età compresa tra i 7 e i 14 anni, sono 60. Al momento sono tutti molto stimolati: studiano e si impegnano”. Ma, in assenza di un campo, gli allenamenti si tengono negli oratori di due parrocchie.

Il progetto “Un calcio a Gomorra” ha raggiunto finora un terzo dell’obiettivo della raccolta fondi. Le iniziative come il torneo femminile organizzato per l’8 marzo nascono proprio per sostenere questi ragazzi nel sogno di riavere un campo da calcio. “Studia, partecipa, gioca”: aiuta anche tu l’Asd Secondigliano e il progetto della Fondazione Il Fatto Quotidiano.

di Natascia Ronchetti


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Su Rai3, un servizio sul progetto Secondigliano della nostra Fondazione

“Qualcuno ha detto che la storia del calcio si riscrive ogni volta che un bambino rincorre un pallone, quella che qui si vuole riscrivere è la storia di un quartiere intero”. Le telecamere del servizio pubblico sul campetto Emilia Laudati

Il servizio di Marcella Maresca sul progetto Secondigliano ASD, TGR Mezzogiorno Italia del 18.02.2023, a cura del TGR Rai della Campania.

Per riscrivere la storia di quello che tutti a Napoli chiamano “Terzo mondo” non serve un miracolo, bastano uno spazio pubblico di cui riappropriarsi e lo stimolo e il sostegno all’impegno scolastico, in un quartiere – Secondigliano, periferia della periferia di Napoli – dove un bambino su tre abbandona gli studi e dove il fatto di crescere per strada rende anche i più piccoli facili prede per la criminalità.

Per questo è nata l’ASD Secondigliano, l’Associazione Sportiva Dilettantistica Secondigliano, insieme al progetto di riqualificazione del campetto di calcio Emilia Laudati che la Fondazione il Fatto Quotidiano ha deciso di promuovere.

Il motto è “studia, partecipa, gioca”: all’ASD Secondigliano possono iscriversi tutti i bambini del quartiere pagando una quota simbolica di 10 euro l’anno. Ma è la pagella a dire se si può scendere in campo. Chi non prende buoni voti non gioca e allora a entrare in squadra sono gli educatori dell’ASD che aiutano con il doposcuola i bambini che devono recuperare. È il “patto di cittadinanza” che lega le famiglie ai ragazzi dell’associazione.

Le telecamere del servizio pubblico, in un servizio andato in onda nello speciale “Mezzogiorno Italia” su Rai3 a firma di Marcella Maresca, sono andate a raccontare tutto questo, intervistando Vincenzo Strino, presidente dell’ASD e dell’associazione Larsec, l’unica attiva in tutta Secondigliano, insieme alle mamme, ai bambini e agli educatori che ogni giorno cercano di combattere la dispersione scolastica in un quartiere di frontiera.

Per realizzare tutto questo occorrono 47.160 euro. Con il supporto della Fondazione il Fatto Quotidiano, la Secondigliano ASD ne ha già raccolti 14.000, ma non bastano. Serve il tuo contributo per completare la raccolta fondi e aiutare i bambini di Secondigliano a scegliere chi essere, chi diventare. Senza avere il destino segnato, solo perché nati con un determinato cognome, o in un determinato quartiere.


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Un calcio a Gomorra: riapriamo il campetto Emilia Laudati di Secondigliano

Un progetto di riqualificazione urbana e sociale per combattere l’abbandono scolastico, allontanare i ragazzi dalla strada e interrompere la spirale della criminalità

Se guardi Gomorra pensi a Scampia. Eppure, come diceva un vecchio boss, “a Napoli non si faceva un illecito se non era d’accordo Secondigliano”. Secondigliano è periferia della periferia di Napoli, come dicono molti dei suoi 45 mila abitanti. È stata per anni la storica roccaforte della famiglia Di Lauro, che ha ispirato la penna di Roberto Saviano e che continua a essere egemone in un crocevia affollato di clan. Proprio a pochi metri da dove nacque il capostipite Paolo Di Lauro detto Ciruzzo ‘o milionario, oggi in carcere al 41-bis come molti dei suoi figli e dei suoi sodali, sorge il complesso di case del rione dei Fiori che a Napoli tutti chiamano “Terzo mondo”, un tempo la piazza di spaccio a cielo aperto più grande d’Europa. È qui che l’Associazione Sportiva Dilentattistica Secondigliano vuole poter dare nuova vita al campetto di calcio del Parco Emilia Laudati, oggi abbandonato. Il campetto è lo stesso dove Vincenzo Strino, 36 anni, presidente dell’ASD Secondigliano e dell’associazione Larsec, ha giocato da bambino. Molti dei suoi compagni di calcetto, quelli con cui ogni sera si salutava al grido “oh, domani partitella!” non ci sono più: o morti ammazzati come boss, a 20 anni, o in carcere.

Qui un ragazzo su due abbandona gli studi, uno su tre vive in una situazione di povertà relativa. E se cresci per strada è difficile non avere il destino segnato. “Togliere i bambini della strada è il nostro obiettivo”, spiega Vincenzo Strino. “Alcuni li perderemo, perché non si può fermare il mare con le mani… Ma se riusciamo a salvarne anche solo uno sarà una goccia, la nostra piccola goccia”.

Voler riqualificare il campetto da calcio Emilia Laudati significa permettere ai ragazzi e alle ragazze di stare insieme ed essere seguiti da educatori-allenatori, secondo i valori della legalità e della cultura sportiva portati avanti dall’ASD Secondigliano e secondo il “patto di cittadinanza” che l’associazione chiede di sottoscrivere alle famiglie. Il motto è “studia, partecipa, gioca”: per combattere la dispersione scolastica, è possibile iscrivere i ragazzi alla scuola calcio dell’ASD Secondigliano e seguire due allenamenti alla settimana, più una serie di attività laboratoriali nell’anno studiate assieme alle scuole e alle parrocchie del territorio, pagando una quota di 10 euro all’anno, ma solo se si frequenta la scuola dell’obbligo e se si ha un buon rendimento. L’associazione mette a disposizione anche la possibilità di seguire i ragazzi con il doposcuola e dei corsi di recupero.

Liberi di scegliere chi essere, chi diventare. Senza avere il destino segnato, solo perché si è nati con un determinato cognome, o in un determinato quartiere.

RACCOLTA #1 | 26.730 EURO

Raccolta fondi per manto in erba artificiale

La Fondazione il Fatto Quotidiano vuole supportare
il progetto di riqualificazione del campetto da calcio
Emilia Laudati raccogliendo i fondi necessari per:
– la fornitura e posa in opera di un manto in erba artificiale, drenante, anti-abrasivo ed estremamente resistente all’usura. 990 m² di copertura ecologica, inodore, atossica.

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RACCOLTA #2 | 20.430 EURO

Raccolta fondi per porte da gioco e recinzioni esterne

La Fondazione il Fatto Quotidiano vuole supportare
il progetto di riqualificazione del campetto da calcio
Emilia Laudati raccogliendo i fondi necessari per:
– la rimozione delle recinzioni perimetrali esistenti;
– la fornitura e posa in opera di una nuova recinzione perimetrale, di un cancello d’ingresso pedonale e di una coppia di porte da gioco;
– il restauro delle strutture recuperabili (i pali portanti dell’impianto sportivo e la voliera di copertura).

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Fuga ad Alcatraz, il documentario, dal 20 gennaio su TvLoft

Un viaggio nella memoria che ripercorre i primi 40 anni anni di Alcatraz, la Libera università sulle colline umbre, vicino a Gubbio, dove la famiglia Fo ha creato un’esperienza straordinaria: l’incontro di passato e presente nel segno dell’accoglienza, dagli artisti ospiti e amici di Jacopo, Dario e Franca, ai rifugiati ucraini in fuga da Kiev.

 

Il trailer del documentario realizzato da Loft Produzioni in collaborazione con la Fondazione il Fatto Quotidiano e la Fondazione Fo Rame.

 

Alcatraz, la Libera università fondata da Jacopo Fo esattamente quarant’anni fa, è “la prigione da cui nessuno vuole scappare”, un paradiso di silenzio affacciato sulla valle di Santa Cristina, a Gubbio, che sfugge alle definizioni e che nei decenni si è declinato in cento modi. Per alcuni mesi, all’inizio del 2022, immediatamente dopo l’invasione dell’Ucraina da parte delle forze russe, è stata la casa di 26 rifugiati, che sono arrivati in Umbria grazie alla collaborazione tra la Fondazione il Fatto Quotidiano e la Fondazione Dario Fo e Franca Rame.

Le vite di Liza, Lena, Nina, dei loro bambini e di tutti gli altri s’incontrano con quelle di Jacopo, Dario e Franca e di moltissimi artisti che hanno popolato le stanze della libera Università: da Paolo Rossi ad Alessandro Baricco, da Patch Adams a Miloud Oukili, l’artista che ha salvato decine di orfani dai sotterranei di Bucarest. Sono loro, insieme a Dario e Franca, a raccontare nel documentario Fuga ad Alcatraz, grazie al prezioso repertorio messo a disposizione dall’Archivio Fo-Rame, la storia di questa esperienza indefinibile e irripetibile mentre Alcatraz ospita i rifugiati ucraini, ancora sconvolti per quello che hanno visto e vissuto. “Nessuno ci aveva avvertiti. Anche se lo racconto, non si può immaginare cosa si prova quando arrivano i soldati, quando vedi un bambino morto abbandonato in un giardino. Tutto quello che in una vita intera hai fatto e sognato sparisce”, spiega Lena davanti alla telecamera.

Insieme a Mattea Fo, figlia di Jacopo e presidente della Fondazione che porta il nome dei suoi nonni, e a suo marito Stefano Bertea, ci sono i volontari di tutta la valle che raccontano la storia di un’accoglienza bellissima e complicata; ci sono i rifugiati che ripercorrono le tappe di un viaggio di paura e incredulità fino al porto sicuro delle valli umbre; ci sono Jacopo Fo e Gad Lerner che ricordano insieme la loro giovinezza di militanza politica e l’arrivo di Jacopo a Santa Cristina.

Fuga ad Alcatraz, a cura di Marta Cosentino e Silvia Truzzi con la partecipazione di Gad Lerner, è stato realizzato da Loft Produzioni in collaborazione con la Fondazione il Fatto Quotidiano e la Fondazione Dario Fo e Franca Rame: è disponibile gratuitamente su tvloft.it, su app TvLoft e sul canale YouTube del Fatto Quotidiano.

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La storia di Almas: “Una borsa di studio può salvarti la vita”

“I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi” – Costituzione della Repubblica Italiana, articolo 34.

“Ricevere una borsa di studio, quando sono uscita dalla comunità, mi ha salvato la vita”.
Il destino di Almas Khan, all’improvviso senza un risparmio e un posto dove andare, è cambiato perché qualcuno ha creduto in lei. Oggi ha 26 anni, una laurea triennale in Psicologia e una magistrale in Psicologia Clinica in dirittura d’arrivo. Ma non solo: Almas è stata per tre anni vicepresidente ed è tuttora nel consiglio direttivo di Agevolando, un’associazione nata nel 2010 che lavora per e con i ragazzi usciti da percorsi di accoglienza.

Almas Khan è una di loro, una Care Leaver: ovvero una ragazza allontanata dalla famiglia e dagli affetti che, come tanti altri, ha dovuto ricominciare la vita da sola. Se ne contano ogni anno circa 3mila: sono figli e figlie di genitori che non sono riusciti a svolgere il loro ruolo e per questo hanno dovuto fare un passo indietro. Sono ragazzi e ragazze che crescono in comunità per minori, in case-famiglia o famiglie affidatarie, e vivono tutti con una data di scadenza appiccicata in testa: 18 anni. Infatti, una volta che hanno raggiunto la maggiore età, lo Stato smette di farsi carico delle loro rette e, nonostante gli sforzi di servizi e strutture, i ragazzi rischiano di trovarsi in mezzo a una strada. È lì che tutto il lavoro fatto per salvarli può essere distrutto in pochi mesi. Ed è in quel momento che i Care Leavers hanno più bisogno d’aiuto.

Per questo, nel 2010, è nata Agevolando: un’associazione di volontari, animata in parte dagli stessi ragazzi e ragazze usciti dalle comunità, con una rete che copre quasi tutta l’Italia. Dal 2017 è in sperimentazione un importante Fondo per neomaggiorenni da 5 milioni di euro l’anno, ma i fondi non bastano ancora. Nel 2021, due volontarie di Agevolando sono diventate Alfiere della Repubblica: un primo passo per essere meno invisibili, ma c’è ancora molto da fare. 

Almas chi sono i Care Leavers?
Ragazzi e ragazze che non hanno avuto genitori in grado di prendersi cura di loro. A farlo ci ha pensato qualcun altro insieme allo Stato. All’inizio era una parolina strana anche per me, ma ora è un concetto in cui mi identifico perfettamente. 

Perché si viene allontanati dalla propria famiglia?
Io sono nata in Pakistan e sono arrivata in Italia a 8 anni. A 15 sono scappata di casa con i miei fratelli perché mio padre ci maltrattava. Per me andarmene è stata una liberazione. Molti pensano che, nonostante tutto, la famiglia sia sempre la parte migliore per i ragazzi. Invece, a volte, essere allontanati è una salvezza, perché esistono famiglie tossiche e genitori che non sono in grado di fare i genitori: non si rendono conto che distruggono la vita dei figli. 

Come si fa ad accettare che i genitori non siano adeguati?
Ho ascoltato molte storie: in tanti all’inizio provano risentimento per essere stati allontanati, poi con il tempo capiscono che è stata la scelta migliore. Quando si è piccoli non passa per la testa che i genitori possano farti del male: è meno brutto dire ‘i miei litigano’ piuttosto che ‘non vivo con i miei’. Ci vuole tempo per elaborare il fatto che i tuoi non sono buoni. E quel percorso in comunità viene fatto. 

Cosa succede quando un Care Leaver compie 18 anni?
Molti di noi sono stati abbandonati a sé stessi non appena raggiunta la maggiore età. Ma a 18 anni è troppo presto per essere adulti. E in tanti hanno ancora bisogno di essere accompagnati per riuscire a camminare da soli.
 

È successo anche a te?
Io sono stata in comunità dai 15 ai 18 anni. Mi sono sempre trovata bene, ma mi preoccupava il futuro: io volevo a tutti i costi finire il liceo per poi fare l’università. Ma una volta fuori, sapevo che non avrei avuto niente.

Cosa si prova?
Ti senti sola, in balia del mondo. È come se non avessi la possibilità di scegliere e fossi costretto solo a sopravvivere. Io avevo paura che non sarei mai riuscita a studiare e avrei dovuto rinunciare a tutto. Infatti come prima cosa mi ero messa a cercare lavoro. A quel punto o dipendi dagli altri o finisci a fare cose che non ti piacciono e purtroppo puoi ritrovarti anche su una brutta strada.

Può capitare?
Io so che a me non sarebbe successo, ma è facile che succeda: hai solo 18 anni, non hai esperienza lavorativa e ti ritrovi senza niente in mano. Spesso si ricommettono gli stessi errori dei genitori. Ci sono ragazze che restano incinte molto giovani, con figli che poi a loro volta vanno in comunità. O ragazzi che iniziano a frequentare certi giri perché sono disoccupati e senza un posto dove andare. Altri che ritornano a casa da quelle famiglie tossiche da cui erano scappati. Sono persone che non riescono a scacciare i fantasmi del proprio passato. 

E lo Stato?
Lo Stato rischia di buttare via i soldi che ha investito su di noi. Ne spende tanti per farci vivere meglio e poi a 18 anni spesso ci saluta. Perché non ne spende un po’ di più per far sì che queste situazioni non capitino?

Per lei cosa ha fatto la differenza?
Ho conosciuto Agevolando. E come prima cosa mi hanno coinvolto in un progetto di housing che fornisce alloggio a chi esce dalle comunità. La mia condizione era che tra chi ospita e chi è ospitato ci fosse parità, non pietà.

Perché?
Nessuno di noi vuole più sentire di essere un peso e dipendere da qualcun altro. Io a scuola non dicevo che vivevo in comunità: non volevo vedere la pietà negli occhi delle persone o che mi trattassero diversamente perché ero senza genitori. Io pensavo solo a studiare perché sapevo che così mi sarei salvata. Sono sempre stata quella ribelle che non voleva essere considerata inferiore agli altri.

Sta realizzando il suo sogno?
Da piccola volevo fare il medico: dicevo sempre alla mia nonna malata che da grande l’avrei curata. La vita, però, non va sempre come vuoi. E io nella mia testa sapevo che dovevo diventare indipendente il prima possibile perché non ci sarebbe stato nessuno che avrebbe provveduto a me. Per questo ho rinunciato a medicina e mi sono iscritta a scienze cognitive. Poi me ne sono anche innamorata. 

Cosa chiedete alle istituzioni?
Che siano più presenti quando i ragazzi sono dentro le comunità, con personale formato e serio. Se devono spendere soldi, li spendano nel modo migliore possibile. Poi dovrebbero ascoltarci di più. Non siamo immaturi: chi fa questi percorsi è adulto già quando è molto piccolo.
 

Quali sono le difficoltà per un Care Leaver che vuole proseguire gli studi?
Non sapete la fatica che ho fatto per farmi riconoscere l’ISEE e far capire che non potevano considerare quello dei miei genitori nella domanda di borsa di studio. E vale anche per le richieste di alloggio o le tasse annuali. Alla fine mi hanno indicato tra gli orfani, perché non esisteva la categoria per quelli come me. Per loro non esistiamo.

Quanto può servire una borsa di studio o la formazione professionale?
Può rendere una persona autonoma, indipendente e serena. Può aiutarla a raggiungere i suoi sogni. Può salvarle la vita, come è successo a me.

Martina Castigliani


Cinque ragazzi in uscita da percorsi di tutela extra-familiare
attendono un contributo per completare la loro formazione.

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> Borsa n. 1: qualifica universitaria di Educatore

> Borsa n. 2: qualifica di Operatrice Socio Sanitario

> Borsa n. 3: qualifica di Tecnico Specializzato

> Borsa n. 4: qualifica universitaria di Programmatrice Informatica

> Borsa n. 5: qualifica di Chef d’alta cucina


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Agevolando: borse di autonomia per ragazzi in uscita da percorsi di tutela extra-familiare

Quando, al compimento della maggiore età, si interrompono i percorsi di tutela (comunità, casa famiglia, affido), si è chiamati troppo presto a diventare adulti.

Agevolando è un’organizzazione di volontariato nata nel 2010 dalla volontà di un ex ospite di comunità per minori, ancora presidente dell’Associazione. Il suo obiettivo è lavorare con e per altri ragazzi in uscita da percorsi di accoglienza “fuori famiglia”, per promuoverne l’autonomia, il benessere psicofisico e la partecipazione attiva. Quando, al compimento della maggiore età, si interrompono i percorsi di tutela (comunità, casa famiglia, affido), questi ragazzi, detti Care Leavers”, sono chiamati troppo presto a diventare adulti: molto spesso, quando si ha una storia personale complessa, si possono perdere di vista le proprie risorse, così come può maturare forte il senso di non riuscire a farcela da soli.

L’Associazione affianca i Care Leavers in Italia nella costruzione del loro futuro:

– creando opportunità relazionali, formative, lavorative e abitative e stimolandone il senso di responsabilità;

– favorendo occasioni di incontro, dialogo e aiuto reciproco;

– agendo a diversi livelli istituzionali per sostenerne i diritti e le pari opportunità, anche attraverso la diffusione della conoscenza e consapevolezza del problema, la costruzione di reti stabili con i soggetti pubblici, privati e del terzo settore, e svolgendo ricerche qualitative e quantitative sul tema;

– collaborando con gli assistenti sociali, le comunità educative, le case-famiglia e le famiglie affidatarie, affinché il cammino verso l’autonomia dei Care Leavers sia graduale e partecipato;

– valorizzando le storie e il ruolo dei ragazzi come “esperti per esperienza”, rendendoli protagonisti di un processo di miglioramento sia personale, sia del sistema di accoglienza.

Negli ultimi anni l’Associazione, tramite tutti i servizi e progetti messi in atto, ha intercettato mediamente 300 Care Leavers all’anno, che corrispondono a un 10% circa dei neo-maggiorenni in uscita dal sistema di tutela. Nel 2021, Pamela Di Carlo e Miriam El Ouazani, del network di Agevolando, sono state nominate “Alfieri della Repubblica” da Sergio Mattarella.

Con il progetto “Se avessi…” Agevolando intende supportare attraverso un contributo economico definito “dote” i giovani neo-maggiorenni che escono dai percorsi di tutela, dopo un periodo dell’infanzia e adolescenza trascorso in comunità di accoglienza e/o affido. L’associazione si propone di accompagnarli nel raggiungimento di obiettivi di vita inerenti al loro percorso di crescita e transizione all’autonomia, in ambito relazionale, formativo, professionale e abitativo.

La nostra Fondazione per Agevolando

La mission di Agevolando è l’accompagnamento all’autonomia di ragazzi e ragazze provenienti da percorsi di accoglienza extra-famigliare tramite la definizione di un progetto individuale. La Fondazione il Fatto Quotidiano vuole dare il suo contributo per il rafforzamento delle competenze trasversali e specialistiche di 5 Care Leavers, attraverso percorsi e doti che copriranno un arco temporale di 12 mesi e serviranno a sostenere azioni di istruzione, formazione e accompagnamento alla piena autonomia di vita. I fondi, pari a 25.000 euro, saranno destinati in parte al finanziamento diretto delle spese che riguardano gli studi universitari o di formazione professionale (ad esempio l’eventuale copertura parziale delle tasse, affitto, abbonamento mezzi, spese di vitto) e in parte al pagamento di tutor che accompagnino e sostengano il ragazzo o la ragazza durante tutto il percorso.

BORSA DI AUTONOMIA #1 | 5.000 EURO

Obiettivo: qualifica di Tecnico Specializzato

G. scrive: “Sono arrivato in Italia da solo: ero ancora minorenne e all’inizio è stato molto difficile. Ho iniziato a fare dei lavoretti, ma vorrei diventare un tecnico specializzato e seguire corsi IFTS. Essere autonomo era il mio desiderio quando sono partito e la promessa che ho fatto alla mia famiglia. Spero di poterla mantenere”.

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BORSA DI AUTONOMIA #2 | 5.000 EURO

Obiettivo: qualifica di Operatrice Socio Sanitaria

T. scrive: “Ho trascorso 10 anni della mia vita in comunità, poi, appena maggiorenne, mi hanno detto che avrei dovuto farcela da sola. Sto facendo tanti sforzi, ma i soldi per formarmi professionalmente non bastano. Ho sempre desiderato poter lavorare in ospedale e vorrei frequentare il corso da operatrice socio-sanitaria, ma senza un sostegno economico sarò costretta a rimandare ancora”.

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BORSA DI AUTONOMIA #3 | 5.000 EURO

Obiettivo: qualifica universitaria di Educatore

S. scrive: “Quando sono uscito dalla comunità ho avuto paura di non farcela da solo. Ora ho bisogno di un altro po’ di sostegno per costruire il mio futuro. Sogno di diventare un educatore, perché so quanto è importante incontrare la persona giusta quando si è in difficoltà. Faccio il massimo, ma vorrei poter studiare. Non vorrei essere costretto a rinunciare all’università per i turni del lavoro”.

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BORSA DI AUTONOMIA #4 | 5.000 EURO

Obiettivo: qualifica di Programmatrice Informatica

E. scrive: “In passato non sempre ho scelto la strada giusta, ma ho fatto del mio meglio per rimediare. Il periodo in comunità è stato fondamentale per riscattarmi. Ho una passione per la tecnologia e sono pronta a tutto per arrivare ad ottenere almeno una laurea triennale in informatica e diventare programmatrice, ma per concludere il percorso di studi ho bisogno di un aiuto”.

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BORSA DI AUTONOMIA #5 | 5.000 EURO

Obiettivo: qualifica di Chef d’alta cucina

R. scrive: “In casa famiglia ho iniziato a farmi molte domande sul futuro. Soffro sapendo che lo Stato ci aiuta solo fino a 18 anni e poi torniamo invisibili. Sogno di imparare le lingue e frequentare corsi di formazione ad alto livello di cucina. Vorrei far emergere il mio potenziale: lo farei per chi ha investito su di me e per tutti coloro che vengono dimenticati”.

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La storia di Almas, salvata da una borsa di studio

“Sono nata in Pakistan. A 8 anni sono arrivata in Italia, a 15 sono scappata di casa insieme ai miei fratelli perché mio padre ci maltrattava.

Dai 15 ai 18 anni ho vissuto in comunità e sono stata bene, ma mi preoccupava il futuro: volevo a tutti i costi finire il liceo per poi fare l’università, ma sapevo che, una volta compiuti 18 anni, mi sarei ritrovata all’improvviso senza un risparmio, né un posto dove andare.

Molti di noi sono stati abbandonati a loro stessi non appena raggiunta la maggiore età, ma a 18 anni è troppo presto per essere adulti e in tanti hanno ancora bisogno di essere accompagnati per riuscire a camminare da soli”.

Leggi l’intervista completa nelle news della Fondazione

 

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Arrivederci e buona vita! Storie delle partenze da Alcatraz

Una macchina carica dei bagagli di una delle famiglie ucraine in partenza da Alcatraz

Sono ormai passati poco più di due mesi da quel giorno in cui il pullman ha portato ad Alcatraz 22 persone tra donne, bambini e ragazzi scappati dalla guerra in Ucraina. Pochi giorni dopo arriva un’altra famiglia di 4 persone. Hanno trovato qui, tra le colline umbre, vestiti, pasti caldi, sorrisi, peluches per i più piccoli e biciclette per i più grandicelli. Abbiamo festeggiato insieme la nostra e la loro Pasqua. Non sono mancati gli intoppi: come le due settimane di quarantena per il Covid che, colpendo alcuni di loro, ci hanno limitato negli incontri, nelle gite in città…  Perché, non bastasse la guerra, siamo anche dentro a una pandemia.

Nel frattempo, abbiamo fatto partire la macchina burocratica presso il Comune, la Prefettura e la Questura, per riuscire ad avere in tempi se non brevi almeno ragionevoli i permessi di soggiorno. In questo maggio così caldo finalmente almeno i documenti sono in ordine e adesso la concretezza del futuro è più vicina, si può decidere se restare o andare.

Lidiia è una signora di 64 anni molto religiosa, il suo sogno era di andare a vivere in un monastero di Odessa, ma Odessa sta sotto le bombe. E allora che si fa? Lidiia ci parla di un campo profughi a Budapest che potrebbe riportarla in Ucraina. Prepariamo il viaggio, compresi tutti i biglietti che possono servirle per farsi capire, con la traduzione nelle varie lingue, la si accompagna all’autobus e la si saluta, contenta lei e contenti noi di sapere che sarà dove vorrà stare.

Alena e la sua famiglia hanno bisogno di vivere in città; Alcatraz è un posto molto bello ma Vika ha problemi di salute e la necessità, in caso di bisogno, di raggiungere al più presto un ospedale. Allora Mattea contatta gli assistenti sociali del Comune di Gubbio che la mettono in contatto con la coordinatrice dei Centri di Accoglienza Straordinaria (CAS) gestiti dalla Prefettura e trova un agriturismo che ha messo a disposizione del CAS alcuni miniappartamenti alle porte di Gubbio. La scuola dove, nel frattempo, è stata iscritta Vika è a 15 minuti a piedi, l’ospedale a 10 minuti di macchina. Il posto è bello, l’appartamento nuovo e ben tenuto, Alena, Vika e Marina ci vivranno bene e la piccola Angelina avrà spazio per giocare. Non sono sole, a seguirle le operatrici del CAS e pensa te, una di loro, Guendalina è nata qui, la conosciamo da sempre, insomma, resta tutto in famiglia. Maria e Anna, invece, scelgono di raggiungere il CAS di Assisi dove Anna potrà seguire i suoi studi.

Venerdì è partita la famiglia di Lena. Sono in sette tra nonna, figlia e nipoti. Li attendono in Toscana un altro gruppo di ucraini, lì inizia la stagione del mare, troveranno lavoro e accoglienza dalle stesse persone che li avevano portati in Italia dal confine con la Romania. Ehi! Ma con loro parte anche il piccolo Misha! Non vi nascondiamo che qualche lacrima ci è sfuggita tra mille sorrisi e tanti auguri di tutto quanto possa essere augurato di bene.

Domenica sono partite per la Toscana anche Nina e la sua famiglia. La Toscana è una regione che sta accogliendo moltissimi ucraini che la conoscono anche grazie al fatto che il presidente Zelens’kyj ha lì una sua residenza. Per chi vuole tornare al più presto a casa, andare in quei luoghi sembra quasi un avvicinamento alla patria. Inoltre, le prospettive di lavoro nella stagione balneare fanno ben sperare di poter guadagnare quel tanto che basti a creare un possibile futuro di autonomia almeno per i prossimi mesi.

Da ora a tavola saremo in pochi, ci sarà un po’ di malinconia a non vedere Sofia che corre insieme a Misha e Nastia, un po’ sì. Ma è così giusto tutto questo che non si può essere tristi a lungo, con l’aiuto imprescindibile dalla Fondazione il Fatto Quotidiano abbiamo offerto a queste persone che scappavano da una guerra feroce e ingiusta qualche settimana di pace, abbiamo permesso loro di fermarsi a pensare, aiutate dal silenzio delle colline e dal sollievo di non doversi occupare dei problemi pratici, abbiamo dato un posto dove dormire, un pasto caldo e connessione ad alta velocità per parlare con i loro cari rimasti in Ucraina.

Soprattutto abbiamo cercato di rispettare il loro dolore anche nella differenza, anche quando ci sono state incomprensioni o malintesi, perché abbiamo tentato di capire la difficoltà di chi in fuga dall’orrore si ritrova in un paese straniero che non solo usa una lingua diversa ma anche un alfabeto diverso e in mezzo alle colline quando la sua vita di poche settimane prima era in una grande città con tutti i servizi a portata di mano. E allora può accadere che il dolore si trasformi in rabbia, perché è così ingiusto quello che sta accadendo che ce la si prende con le persone più vicine, quelle che per fortuna quell’orrore non lo stanno vivendo. Abbiamo accolto anche questa rabbia.

Ognuno può scegliere se restare ancora un po’ o per sempre, o andare dove preferisce, le nostre porte sono aperte e ci piace questa sorta di “Primo Soccorso Pace” che ci siamo ritrovati a essere, una specie di oasi verde di tranquillità che permette di affrontare un altro viaggio senza l’ansia del dover fuggire. È bello pensare che Lidiia ora stia pregando nel monastero, che Misha giocherà in riva al mare con la paletta e il secchiello, che Vika non avrà paura di stare male. Noi dal canto nostro continuiamo con chi c’è e chi arriverà, ringraziando sempre per l’opportunità che ci è stata data di conoscere un altro popolo, un’altra cultura, perché fare del bene fa bene soprattutto a chi lo fa.

Liza, la piccola Zlata, la nonna Irina e il cane Stefi rimarranno qui. Non hanno intenzione di spostarsi per ora. Una coppia dei nostri volontari che vive in una grande casa in campagna ha offerto a questa famiglia un appartamento, si sono spostate domenica sera dopo la partenza della famiglia Nina, rimanendo comunque vicino ad Alcatraz con l’idea di collaborare nei progetti futuri e con la promessa che la Fondazione Fo Rame – insieme alla Fondazione Il Fatto Quotidiano – non le lascerà sole. Irina lavora a distanza, Liza sta facendo dei corsi di specializzazione per cercare di trasformare le sue passioni in una attività retribuita. Stiamo cercando di supportarla in un percorso di autonomia e inserimento. Ha la patente, quindi ci siamo già attivati per trovarle una macchina, nel frattempo facciamo lezioni di guida perché si abitui alle strade collinari (ci spiegano che in Ucraina è tutto piatto, le curve sono poche e diradate, a differenza di qua).

La piccola Zlata sta facendo l’inserimento in una scuola dell’infanzia di Gubbio, è in classe con alcuni dei figli dei nostri volontari, cosa che semplifica il tutto perché entrando in classe trova delle facce amiche. Tutte e tre stanno imparando l’Italiano, Maria Cristina (la nostra volontaria che si occupa della didattica) continua a ripeterci di parlare evitando di usare la mediazione dell’inglese, le ragazze sono in grado di sostenere una conversazione, purché si usino frasi brevi, ma lo scoglio più grande da superare è la timidezza.

Per la prima volta, da quando queste donne sono arrivate ad Alcatraz, complice anche il primo caldo di maggio, giovedì sera abbiamo cenato all’aperto sotto al nostro storico gazebo. Per la prima volta, grazie anche alla presenza di Talia – chiamarla solo mediatrice è riduttivo, è una persona sensibile, attenta, partecipe – siamo rimasti in chiacchiere fino a tarda sera. A un certo punto qualcuno ha parlato di Stefania, la canzone della Kalush Orkestra che ha vinto l’Eurovision 2022, qualcun altro ha colto l’occasione per farla ascoltare, e abbiamo iniziato a ballare e a scherzare come fossimo vecchi amici. La serata si è conclusa con Maria Cristina che diceva “E se DOMANI è la parola che fa più paura, non dimentichiamoci che intanto c’è stasera”.  E così abbiamo sentito l’utilità di questi giorni. Se le persone trovano la propria strada significa che hanno usato il tempo sospeso di Alcatraz per riposarsi e trovare la forza di pensare al domani, nonostante il dramma che stanno vivendo.

E se questo è stato possibile, dobbiamo ringraziare non solo i volontari che ogni giorno hanno investito il loro tempo e i loro sorrisi in questo progetto, ma anche tutti coloro che ci hanno aiutato con la prima sottoscrizione della Fondazione Il Fatto Quotidiano. I vostri contributi sono serviti a sostenere le spese di prima necessità, il cibo, i prodotti per l’igiene personale e per le medicine; i tablet per la didattica a distanza e lo svago, tutto il materiale didattico compresi libri e quaderni per le lezioni d’italiano; il gas, l’elettricità e un sacco di altre cose per le esigenze specifiche di ogni famiglia… Impossibile elencare tutto. E continueranno a sostenere le spese della famiglia di Liza.

Inoltre abbiamo le risorse per partire con un nuovo progetto di accoglienza, inserimento/orientamento. Restate connessi, vi racconteremo tutte le novità. L’avventura continua.

Gabriella, Stefano, Mattea, Maria Cristina e Jacopo

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Fuga ad Alcatraz: il reportage di Silvia Truzzi

Albergo diffuso, fattoria, laboratorio di fantasia e rinascita, palestra di accoglienza per decenni: Alcatraz oggi è la casa dei rifugiati

La “prigione da cui nessuno vuole scappare” si raggiunge dopo aver attraversato la località Casa del Diavolo, per una strada di colline sonnacchiose e placide. La macchina fa una curva, seguendo i segnali di legno colorato che indicano la via per Alcatraz, un paradiso di silenzio e natura che quarant’anni fa Jacopo Fo ha cominciato a costruire in Umbria e che sfugge alle definizioni: albergo diffuso, fattoria, laboratorio di fantasia e rinascita, palestra di accoglienza che nei decenni si è declinata in cento modi. Oggi è la casa dei rifugiati, donne e bambini arrivati qui grazie alla collaborazione tra la Fondazione del Fatto e la Fondazione Dario Fo e Franca Rame.

Sono 26 i rifugiati in fuga dalla guerra arrivati alla Libera Università di Alcatraz più di un mese fa

La vita, dopo

Le ruote dei loro trolley non girano più. Le valige, fatte in fretta, furia e paura nei giorni dell’invasione, sono state svuotate: da più di un mese, sotto i letti o sopra gli armadi, riposano in attesa di essere riempite un’altra volta. Chissà quando e chissà per dove. Il viaggio è il luogo dove i rifugiati abitano nel nostro immaginario di spettatori, ma è solo il pezzo più pericoloso e spettacolare. La vita, dopo, non è meno faticosa. Anche per Liza, Lena, Nina e gli altri ventitré ucraini che ora abitano il corpo centrale del grande parco. Il silenzio, nelle lunghissime giornate dei rifugiati, è rotto dai giochi dei bambini, che ci hanno messo pochissimo tempo ad adattarsi e stanno imparando l’italiano in fretta. Hanno bici con le rotelle e palloni mai stanchi: rotolano attorno alle sculture che Jacopo, Dario, Franca e molti altri hanno costruito e che spezzano, in un’esplosione di colori, la sinfonia del verde primaverile. I giochi si fermano quando arriva Mattea, la figlia di Jacopo, che gestisce l’accoglienza dei rifugiati: ha una riserva infinita di baci, tirati fuori dallo zaino paziente in dotazione alle mamme, ingombro di mille occupazioni e altrettante preoccupazioni. A cinque settimane dalla riapertura di Alcatraz (che in quattro giorni è stato ripulito e attrezzato dai volontari dopo due anni di chiusura a causa della pandemia) il faldone di Mattea – un quadernone zeppo di fogli Excell dove la vita di 26 persone è appesa al filo dell’ingorda burocrazia italiana – oggi si apre per le questioni mediche. I rifugiati hanno dovuto firmare la “dichiarazione di indigenza” che serve per accedere alle cure del servizio sanitario: le donne (non ci sono adulti maschi) hanno fatto fatica a capire e ad acconsentire perché la dignità è l’unica cosa che resta dopo che hai perso tutto il resto. Loro non sono poveri, sono rifugiati. I vestiti, le scarpe, la biancheria non la vogliono prendere quando Paola e Silvia, le volontarie che sovrintendono il magazzino, smistano i tantissimi pacchi che arrivano. Tutti tornano dopo, quando non ci sono occhi a osservare il bisogno.

Il silenzio, nelle lunghissime giornate dei rifugiati, è rotto dai giochi dei bambini nella sinfonia del verde primaverile

Il tempo dell’attesa

Il problema più grande per i grandi è l’incertezza: restare, al sicuro ma lontano da casa, e per quanto? La nostalgia è violenta come la paura di tornare. Il tempo in mezzo è sospeso, i giorni che i volontari riempiono di premure e attività, sono lunghissimi e affollati perché, anche se ogni nucleo familiare ha le proprie stanze, si condividono i pasti, la spesa, il bucato. E le riunioni di quello che nel lessico familiare di Alcatraz si chiama il “cda”, dove siede un membro in rappresentanza di ogni gruppo insieme a Mattea, Maria Cristina e Stefano, il triumvirato che si occupa di tutto, dalla spesa per la comunità alla più piccola necessità di ognuno, con una pazienza che non ha fine.

Per i rifugiati la cosa più terribile è non sapere che cosa succede a parenti e amici, se la propria casa, spesso costata i sacrifici di una vita, è ancora in piedi. Me lo dicono tutte le donne che sfilano nella caffetteria, davanti a un tè o a un caffè sempre allungato dalle lacrime. Raccontare è uno strazio, perché raccontare è rivivere. Anche prima della traduzione di Talia – l’interprete che sopra ogni parola di questa lingua dura mette un accento di dolcezza – si capisce il senso di tutto. Gli adulti stanno imparando l’italiano, grazie alle lezioni dei volontari, ma è una montagna da scalare perché l’alfabeto è diverso e allora girano con i bigliettini stretti nella mano, dentro le parole che servono per chiedere qualcosa. Un pomeriggio ogni due giorni Maria Cristina fa lezione d’italiano nella veranda, una volta alla settimana arriva anche Federico, che insegna italiano nei centri d’accoglienza per immigrati. Con Mattea, suo marito Stefano e gli altri i rifugiati si parlano in un gramelot di lingue mischiate – italiano, inglese, ucraino – gesti e versi. Mentre Mattea, usando il traduttore on line, parla con Nina – una farmacista di Kiev con i capelli corti e la passione per il giardinaggio – penso a Dario e al suo gesticolare magico: con loro si sarebbe inteso in un attimo. E penso a Franca, che per le donne, per gli ultimi ha speso la sua vita. Maria, quando è arrivata, ha detto a Mattea: so benissimo chi erano i tuoi nonni. E a pensarci bene non c’è nulla di strano, perché per lungo tempo Dario e Franca sono stati gli autori di teatro più tradotti al mondo, anche prima del Nobel. Ad Alcatraz la conversazione è un mistero buffo: alla fine però si capiscono sempre, anche se il traduttore ogni tanto prende fischi per fiaschi e manda in cortocircuito le comunicazioni.

In una bella giornata di metà aprile incontro per prima Liza, sotto una pioggia di petali di ciliegio. Ha 29 anni, è qui con la mamma e la sua piccola Zlata, tre anni di sorrisi e codini che si disfano durante i giochi. Arriva da Bucha, suo marito Alex è un militare di carriera. Per tre giorni è rimasta con la figlia barricata in bagno: tutti i profughi raccontano le infinite ore sulla tazza del wc, perché il bagno con i muri spessi è la stanza più sicura della casa nei palazzi che non hanno il seminterrato. Poi una notte ha capito che doveva scappare. “Un amico, cappellano militare, mi ha detto ‘scappa subito o tra qualche ora sarai morta’. Ho chiamato mio marito e abbiamo deciso”. Con le valige, il cane, sua madre e la sua bambina è scappata a piedi da Bucha a Irpin, dove sapeva che c’erano treni di evacuazione. Non ha preso il primo, per via di Stefi, una femmina di alaskan malamute. “Se sei una mamma con un bimbo piccolo hai la precedenza, il mio cane però è grande e allora ho dovuto aspettare il secondo treno”. Ma subito dopo la partenza del primo convoglio una bomba ha distrutto i cavi elettrici della linea, e sono scappati tutti nei sotterranei della stazione. È stato il momento peggiore, perché sembrava non esserci via di scampo. “Non credevo che saremmo riuscite ad andarcene. Per tre giorni sono rimasta lì, accampata, pensando che era la fine di tutto. Invece è arrivato un altro treno che per circolare non aveva bisogno delle linee elettriche. Nella concitazione dell’imbarco ho perso Stefi”. Ma Stefi è qui con noi, accoccolata per terra con la pancia in su e la pelliccia bianca a disposizione delle coccole dei bambini da cui si fa fare tutto con gioiosa rassegnazione. Stefano è partito il 7 marzo con suo fratello e Liza dopo che, grazie a un appello sui social, il cane è stato ritrovato: allora Stefano le ha detto “Non ti preoccupare la andiamo a prendere” e sono partiti. Mille e cinquecento chilometri dopo hanno recuperato Stefi a Sighetu Marmației, in Romania, lo stesso varco di frontiera da cui ai primi di marzo è partito il bus per Alcatraz. Stefi e Liza ora fanno la stessa terapia con i fiori di Bach, perché la notte non dormono. “L’unico modo per stare meglio è non guardare le notizie dal fronte, ma ci sono riuscita solo per due giorni. È impossibile non cercare di sapere cosa succede”. Mi mostra le foto che ha scattato durante la fuga e sono tutte versioni diverse della stessa immagine: macerie e cadaveri. L’ansia che leggo nei suoi occhi è quella di non essere creduta. Allora le chiedo di raccontarmi dove e quando le ha fatte. “La strada principale di Bucha non c’è più. Era il posto dove andavamo a passeggiare, ci incontravamo con gli amici. Non so se posso tornare a vivere in quel cimitero”. Alla fine della chiacchierata è lei che mi fa una domanda: “Perché la comunità internazionale nega la no fly zone? Non vedete che la morte arriva dal cielo?”. Poi vuol sapere del gas con cui l’Occidente finanzia Putin. Provo a spiegarle che cosa significherebbe la no fly zone e che per il nostro tessuto economico chiudere i rubinetti da un giorno all’altro sarebbe un suicidio. Fa sì con la testa, ma si capisce che non è convinta, perché dal suo punto di vista c’è molto di più da perdere. La parola pace non l’ho mai pronunciata con nessuna di loro: non so se per codardia, pudore o rispetto.

Liza, la sua piccola Zlata, la nonna Irina e il loro cane Stefi, insieme a Nina e a Sofia

Che rumore fa la parola casa

Alcatraz in apparenza è il luogo perfetto per ritrovare la tranquillità. Ma nessun posto è perfetto e anzi il silenzio a volte fa brutti scherzi. Me lo spiega Lena, 52 anni di mani che non smettono mai di contorcersi. Ha lo sguardo inchiodato alle scarpe, le rare volte in cui lo alza si fa fatica a guardarci dentro: c’è un dolore profondo e trasparente come i suoi occhi azzurri. È qui con tre dei suoi sei figli e tre nipoti: insieme a Oksana, Misha, Valentina, Sonia, Nastia e al piccolo Mishi, che a due anni è la mascotte del gruppo, forma il nucleo più numeroso. “È bellissimo sentirsi al sicuro, non dover aver paura che succeda qualcosa all’improvviso. Ma qui è ancora più evidente che vivere in pace si può. Guardare i miei nipotini che giocano sereni mi fa ricordare quello che abbiamo vissuto”. Lena è un paramedico, lavorava sulle ambulanze ed è una delle due del gruppo che sa guidare. Arriva da Shevchenkove, nella regione di Kiev, un villaggio razziato che ora il marito di Valia sta cercando di “aggiustare” insieme agli altri uomini rimasti. “Dim” è un suono che sento spesso, vuol dire “casa”: non è strano che rimbalzi in continuazione. “Ho fatto molti debiti per comprare la casa. Devo tornare per pagare il mutuo”, spiega Lena scuotendo la testa. E sua figlia Valentina, lì vicino, aggiunge: “Io resterei qui, se ci fossero delle possibilità di lavoro. Anche per i miei bambini”. Ma le due donne vanno in crisi solo al pensiero di mandare i piccoli a scuola. Hanno paura che si sentano spaesati senza di loro. Mattea sta cercando di organizzare le cose con la scuola materna dove sono iscritti i suoi due gemelli di quattro anni in modo che le donne possano stare in un’aula vicino, almeno per i primi tempi. Anche loro sono preoccupate di non essere credute, mostrano le foto della loro personale distruzione, in un rituale macabro che si ripete. “I russi ci stanno uccidendo, fanno cose terribili”. Lena adesso piange e le parole inciampano. “Nessuno ci aveva avvertiti. Anche se te lo racconto, è impossibile immaginare cosa si prova quando arrivano i soldati, quando vedi un bambino morto abbandonato in un giardino. Tutto quello che in una vita intera hai fatto e sognato sparisce”. Noi eravamo come voi. È un’altra frase ricorrente, da cui bisogna difendersi perché è impossibile non sentire la colpa della salvezza.

Alcatraz in apparenza è il luogo perfetto per ritrovare la tranquillità. Ma il silenzio a volte fa brutti scherzi.

Il tempo delle mele ad Alcatraz

Quelli per cui è più difficile sono i ragazzini, che oltre al trauma della guerra portano sulle spalle l’impaccio dell’adolescenza. Si sentono in gabbia, anche se ad Alcatraz ci sono boschi e sentieri, fiori profumati e giorni di sole da cui farsi baciare in faccia. Hanno lasciato la scuola, gli amori, gli amici, soffrono moltissimo la vita in comune che è fatta di orari stabiliti e turni per tenere in ordine gli spazi della cucina e del ristorante. Soffrono la lontananza dalla città, da una palestra o da un bar, più di tutto soffrono la lontananza da casa e dalle certezze. Ogni giorno chiedono “Quando torniamo”, un po’ come fanno i bambini durante un viaggio in macchina. Le poche parole che spiccicano sembrano uscite dal diario di Anna Frank, si avverte la difficoltà imbarazzata di una situazione imposta, la rabbia dell’impotenza, la fatica di ore senza sorprese e sempre uguali. Però negli occhi hanno la sfrontatezza della speranza: anche se tutto è in frantumi, per loro tutto è ancora intero.

Per fortuna c’è Matilde, la figlia più grande di Mattea, che grazie ai 17 anni e all’inglese con loro riesce a parlare, tra simili ci si capisce. Matilde è una specie di collettore di generazioni: quando Silvia e Paola non tengono impegnati i più piccoli con i laboratori, è lei a farli giocare, così le mamme possono prendersi una pausa. E magari seguire il corso di yoga, che Mimma (di cui non si può non citare anche la magnifica pastiera napoletana, offerta nel giorno della Pasqua ortodossa) tiene una volta alla settimana.

Matilde riesce a superare tutte le barriere, anche nei casi di scontrosità più infrangibile. Tipo Misha, un inavvicinabile quindicenne. Attraversa le stanze degli adulti con un passo veloce che è quasi una corsa: non si sa mai che qualcuno gli voglia parlare. Anche ora sta cercando Albina, che sembra Sophie Marceu nel Tempo delle mele con il caschetto castano e un broncio irresistibile. Nei giorni del Covid – si sono ammalati in tanti anche se senza sintomi importanti – s’incontravano di nascosto.

Intanto Nazar, è il suo turno, riordina la sala del ristorante con gli occhi bassi e nessuna voglia di scambiare convenevoli: ad Alcatraz, insieme a mille scatole di solidarietà, è arrivato anche un sacco da boxe per lui. Tutti i giorni si allena, e chissà cosa direbbe il sacco se potesse parlare. Sua madre Irina, un tecnico di laboratorio di Kiev, mi spiega che è stato lui a scegliere di venire in Italia, quando in Romania avevano davanti diverse possibili destinazioni: “Gli piace la pizza”. Alla parola pizza – filante di mozzarella e sogni di un occidente “visto e immaginato in diecimila film” – finalmente sorride.

Oksana è la più timida, disegna nel suo angolo di solitudine in cui sono in pochi a poter entrare. Solo Talia riesce a parlare con lei e scopre vuole diventare una stilista, mentre aspetta che la lavanda di Alcatraz fiorisca perché lei impazzisce per la lavanda. Anna arriva a tarda sera per ultima, non ha mai tempo: deve studiare. Fa la dad con il suo collegio, un istituto di eccellenza, ma – intanto il bollitore borbotta – spiega in un inglese frettoloso che non è affatto come stare a scuola, non è lo stesso livello di apprendimento, dovrà recuperare molto. Vuole diventare architetto: magari la laurea in Europa la prenderebbe volentieri, però la destinazione finale è l’Ucraina. Sulla porta dice: “Sai, devo tornare per ricostruire”.

 

Silvia Truzzi

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Alcatraz per l’Ucraina: un mese dopo, l’arrivo di Stefi

Stefano e Liza sorridono alla piccola Zlata finalmente riunita al suo alaskan Stefi

Zlata ha tre anni e mezzo, la prima a sorridermi, la prima che impara a dire “ciiiao”, la prima di cui imparo il nome. Con lei la mamma Yelizaveta (Liza) e la nonna Iryna. Sono arrivate da Bucha l’undici marzo 2022. Hanno lasciato in Ucraina il nonno, il papà Alexander, soldato, e tutto il resto. Zlata ha un cane, Stefi, una signorina di due anni e 32 chili, un alaskan malamute. Stefi è scappata mentre partivano. Sono dovute andare via senza di lei. Questo preoccupa tutte e tre, ma solo Zlata lo rende evidente.

Con il passare dei giorni e della quarantena causa covid, ogni tanto passo a salutare o per cambiare una lampadina fulminata, scambio un ciiiao, abbozzo una frase in un inglese scordato e traballante. Scopro che Alexander ha ritrovato Stefi, mi fanno vedere una fotografia, vedo una gamba vestita in mimetica con appoggiato un muso peloso con occhi che ho visto indossare solo a cani beati dalla presenza di un loro umano di riferimento. Nella fotografia il pavimento è cemento di un rifugio antiaereo.

Zlata adora dipingere con gli acquarelli, è stata la prima richiesta di necessità di Liza. Quando passo da loro Zlata mi mostra i suoi lavori, tra questi mi fa vedere un foglio dove ha dipinto un soldato, il soldato è suo papà e ha in mano un mazzo di fiori per la sua mamma. Liza racconta che suo marito è riuscito a trovare qualcuno che trasporterà il cane a casa di amici, vicino al confine ucraino tra Ungheria e Romania. La loro famiglia spende risparmi preziosi per acquistare una gabbia con cui effettuare il trasporto e cibo per cani con cui ricompensare il trasportatore. Il viaggio riesce, Stefi è al sicuro.

La mamma e la nonna di Zlata sono persone di grande dignità, affrontano con la schiena dritta le difficoltà che stanno passando. Ma le difficoltà pesano e qualche crepa si apre, escono le preoccupazioni e le sofferenze indicibili. Tra queste Liza confida che i suoi amici non potranno tenere a lungo un ospite impegnativo come Stefi. Lo slancio di Mattea è quello che avremmo avuto tutti (spero, in un eccesso di fiducia nel genere umano): facciamo un appello, troviamo qualcuno che vada a prendere Stefi al confine.

Il tempo è poco, qualche risposta seguita allo slancio si spegne, che facciamo? Eh, che facciamo, vado io. Penso a un secondo, il viaggio è lungo e in toccata e fuga, è necessario qualcuno a cui affidare il sonno tra un turno di guida e l’altro. Mio fratello mi dice di si nel giorno in cui scade il suo sessantesimo anno.

Cerco un pulmino adatto al viaggio, quando dico della destinazione agli amici Mattia e Marco Martinelli che ci supportano, la loro risposta è: ti diamo il “carro armato”. Così lo chiamano il loro mezzo sicuro e affidabile.

È sabato quando diciamo a Liza che tra meno di una settimana partiamo. Organizziamo l’indispensabile: cuscino e coperta, un cambio, thermos di caffè, panini, il passaporto e una cartina stradale, oggetto in disuso ma dall’alto valore scaramantico. Giovedì 7 marzo alle 15 partiamo da Alcatraz io, mio fratello e Liza. Zlata vorrebbe venire con noi, per Liza il sacrificio del distacco è grande vista la situazione che sta vivendo, mi immagino al suo posto. No, non riesco neanche a immaginarlo.

Stefano Bertea e suo fratello Maurizio si mettono in viaggio con Liza per recuperare Stefi

La destinazione è Sighetu Marmației, in Romania. Lo stesso varco di frontiera da cui Liza e le altre sono uscite. Liza preferisce da lì, dice che i frontalieri sono stati gentili, che almeno conosce il posto. Nel viaggio l’unica frontiera dove esibire documenti, e dove il passaporto giallo e blu riceve dei timbri entrata e uscita, è quella tra Ungheria e Romania, vecchio stile, non siamo più abituati, ci vuole pazienza e tempo.

Dopo 17 ore, un fuso orario e più di 1500 chilometri, arriviamo. Sono le nove del mattino e piove. Il posto di frontiera è incorniciato da una serie di presidi gestiti da chi si occupa della prima assistenza a chi cerca riparo. Gli amici sono in ritardo, sono stati fermati perché hanno la targa dell’auto di un altra provincia, sono fortunatamente riusciti ad avere un lasciapassare. Liza mi spiega che la coppia di amici non può passare con l’auto la frontiera, passerà solo la donna a piedi con il cane.

Il confine passa lungo un corso d’acqua, c’è un ponte da attraversare per arrivare alla Romania dall’Ucraina in questo punto. Liza intravede la sua amica e Stefi che camminano. L’avvicinamento è composto, tante le divise, ma uscita dalle barriere Stefi mette comunque le sue zampe anteriori sulla pancia della sua umana Liza e le lecca la faccia.

I frontalieri, i volontari e i soccorritori chiedono gentilmente se possono fare delle foto. Liza acconsente, cerca di tenere le labbra serrate, ma sorride. Ci mettiamo in disparte, le ragazze parlano fitto, tante le cose da dirsi, poco il tempo per farlo, mentre io e Stefi facciamo amicizia; lei dopo la rituale annusata si concede alle carezze.

Cambiano di mano guinzaglio e passaporto veterinario, uno zainetto si presta ad ospitare cibo di chiara origine italiana e al momento del saluto, come ultimo gesto, una bustina con richiesta di consegna. La bustina è trasparente, riconosco il soldato con in mano il mazzo di fiori.

Di nuovo sulla strada, a ritroso, tutto bene fino alla frontiera vecchio stile. Stavolta ci sono dei militari con il mitra bene in vista, fanno domande, impartiscono ordini secchi: ci chiedono i passaporti, verificano la presenza di persone di nazionalità ucraina, e poi smistano su una fila specifica, ci spiegano che sono nuove direttive, adottate il giorno prima o il giorno stesso, non capiamo bene. La conseguenza è che in una fila vanno gli ucraini, nelle restanti quattro corsie le altre nazionalità.

Alla frontiera i militari verificano la presenza di persone di nazionalità ucraina

Va bene, abbiamo solo sette auto davanti a noi, quanto mai ci vorrà? Dopo tre ore e un quarto passate senza muoversi, mio fratello scende e si dirige verso i militari, parlotta in inglese, gesticola, un graduato lo porta a parlare con un frontaliere, poi viene chiamato il superiore. La tesi è che la maggioranza presente nel pulmino è italiana, visto che la maggioranza vince sempre ci pare giusto andare in una delle altre corsie.

La tesi è un sofisma vincente, cambiamo corsia. Davanti ai gabbiotti di controllo doganale sulla presenza di Stefi, munita di regolare passaporto veterinario ucraino, faccio finta di niente. Sarebbe un pareggio due a due. Il documento è ai miei piedi, nel caso dirò che mi è caduto. Lei regge il gioco, è sdraiata e silenziosa, i doganieri timbrano senza alzarsi dalla sedia. Mentre passiamo oltre, penso con vergogna “europea” alle persone di quella unica fila, che ormai è lunghissima. Tiriamo il fiato, Liza mi ringrazia perché ha capito il trucco, era preoccupata che qualcosa andasse storto.

Il viaggio per rientrare da Sighetu Marmației, in Romania, ad Alcatraz

Il viaggio è tranquillo, notturno, Liza dorme sul sedile tenendo una mano su Stefi, quando ci fermiamo la fa scendere a passeggiare. Mentre Liza dorme Stefi infila il muso tra i sedili anteriori, ci tiene compagnia.

Arriviamo ad Alcatraz che sono quasi le sei, raccogliamo le cose e accompagno Lisa e Stefi fuori dalla loro stanza, le lascio all’intimità del ricongiungimento con Zlata. Penso che di Stefi non ho ancora sentito la voce. Mio fratello prosegue per Roma, io stropiccio i miei bambini e poi vado a dormire.

Dopo qualche ora passo a salutare. Liza è pensierosa, mi parla di come Stefi è stata in quelle ore, di come corre nervosa nel sonno, del modo anomalo in cui gira la testa e tende le orecchie. Mi dice che pensa che il motivo sia di come ha vissuto quei giorni dispersa e sola in quella città devastata e violata di cui tutti sappiamo, del trauma da stress che sicuramente ha riportato nel vedere, sentire e annusare la distruzione della guerra.

Chiedo di vedere Zlata, per capire se è contenta, se gli abbiamo alleggerito il peso. Escono a salutarmi sul prato che guarda al tramonto davanti alla loro camera. Le ragazze, giocano, Zlata abbraccia la sua amica affondando il viso nella pelliccia del collo, Stefi è composta e seduta, ha gli occhi semichiusi e guarda lontano.

Zlata affonda il viso nella pelliccia di Stefi

Stefano Bertea

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