A Gaza nessun luogo è sicuro: obbiettivo raggiunto! Grazie ai donatori.

La guerra continua, la situazione oggi a Gaza è catastrofica. Gli ospedali e le cliniche che funzionano sono sopraffatti. Non potevamo con la nostra Fondazione umanitaria non fare nulla.

La nostra raccolta fondi per dare una mano a quei medici che stanno tentando disperatamente di salvare vite umane ha raggiunto una cifra considerevole pari a 153.343,68 euro.

La sensibilità e l’attenzione della nostra comunità ancora una volta si sono dimostrate una certezza in questi giorni drammatici. La vostra generosità è un sostegno prezioso per Medici Senza Frontiere, i soli rimasti fra le realtà organizzate a operare in condizioni terribili.

“Le vostre donazioni si trasformeranno in garze, antibiotici, anestetici, kit per la chirurgia, medicinali e tutto ciò che serve ai medici e agli infermieri che si trovano in prima linea negli ospedali di Gaza. Il vostro sostegno ci aiuterà a mandare una nuova squadra di personale medico in sostituzione di chi da troppi giorni si trova a fronteggiare le emergenze nel territorio di guerra. Ci avete riempito di donazioni e di affetto, lo sapevamo ma sperimentarlo direttamente quando c’è un bisogno così alto è tutt’altra cosa, ci riempie di gioia.
Grazie a tutti i lettori e lettrici della comunità del Fatto Quotidiano”

LAURA PERROTTA
(Direttrice raccolta fondi Medici Senza Frontiere)

La Fondazione il Fatto Quotidiano ha scelto di affiancare Medici Senza Frontiere, i soli rimasti fra le realtà organizzate a operare in condizioni terribili. Ci consola sapere dell’esistenza di queste meravigliose realtà fatte di persone coraggiose che rischiano la loro vita e in più sono costrette a toccare con mano sofferenze atroci. Vedere e operare corpi martoriati, compresi quelli di bambini innocenti, non è certamente impresa facile. 

Grazie ancora per il vostro sostegno.

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A Gaza nessun luogo è sicuro: aiutiamo Medici Senza Frontiere in questi giorni drammatici.

Wounded Palestinians at the al-Shifa hospital, following Israeli airstrikes, in Gaza City, central Gaza Strip, Tuesday, Oct. 17, 2023. (AP Photo/Abed Khaled)

Un’altra catastrofe. E’ come se il mondo stesse implodendo. Guerra
chiama guerra. Certo la striscia di Gaza è luogo da tempo di conflitti e di vite spezzate. Non è una sorpresa sapere l’esistenza di Hamas, come sapere delle condizioni in cui vivono i Palestinesi in quei luoghi.
L’attacco terroristico ai giovani israeliani durante una festa, e gli orrori che
abbiamo visto e di cui siamo venuti a conoscenza hanno scioccato il mondo.

Non potevamo con la nostra Fondazione umanitaria non fare nulla.
Abbiamo scelto Medici Senza Frontiere, i soli rimasti fra le realtà organizzate adoperare in condizioni terribili.

Ci consola sapere l’esistenza di queste meravigliose realtà fatte di persone coraggiose che rischiano la loro vita e in più sono costretti a toccare con mano sofferenze atroci. Vedere e operare corpi martoriati compresi quelli di bambini innocenti non è certamente impresa facile.

Comunque la si pensi sulla questione Israele e Palestina, comunque si
interpretino le vicende storiche, nessuno di noi vorrebbe vedere persone morire così brutalmente che siano Israeliani che siano Palestinesi.  

E’ un concetto molto semplice alla base dell’essere umano. Eppure ci tocca vedere persino gli ospedali colpiti. Giusto per dare il colpo finale a chi c’è dentro. Come possiamo pensare al futuro del clima nel pianeta, all’ambiente, alla sostenibilità alimentare, se l’uomo non smette di fare la guerra.

Oggi parte la nostra raccolta fondi per dare una mano a quei medici eroi che stanno tentando disperatamente di salvare vite umane contando come sempre sulla sensibilità e fiducia dei nostri lettori e sulla consapevolezza che Medici Senza Frontiere farà di tutto per compiere miracoli all’inferno.

GUERRA A GAZA

Raccolta fondi per sostenere Medici Senza Frontiere

La Fondazione Il Fatto Quotidiano in queste ore drammatiche sostiene Medici Senza Frontiere. La raccolta fondi ha l’obiettivo di portare cure ai feriti e reperire forniture mediche a chi sta operando in condizioni estreme per salvare vite umane.

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Un partner tecnologico e strategico che non prevede alcun costo di gestione, né commissioni. Con Tinaba, ogni euro donato è un euro che arriva per intero al destinatario della raccolta.

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Due lettori del Fatto han donato 2.500 libri per ragazzi

I coniugi di Pinerolo Manlio Leggieri e Andreina Baj hanno donato 2.500 libri per i ragazzi di Secondigliano. “Volevamo far qualcosa per promuovere la cultura e valorizzare la nostra collezione di libri, ci siamo rivolti alla Fondazione del Fatto, giornale al quale siamo abbonati per trovare a chi destinare una parte”.

Text …

A luglio ricevo una telefonata. Dall’altra parte del cellulare, in vivavoce, ci sono marito e moglie da Pinerolo, in provincia di Torino. Sono due lettori del Fatto, grazie al quale, negli ultimi anni, hanno conosciuto le attività che io e altri volontari portiamo avanti a Secondigliano e, per questo, vogliono donarci 2.500 libri per ragazzi. La gratitudine è enorme, ma la sorpresa no: non è la prima volta che i lettori di questo giornale dimostrano grande generosità nei confronti dei giovani del nostro quartiere. Dal signor Gigino, che dalla provincia di Salerno ha coinvolto i nostri ragazzi in un torneo di calcio con le giovanili di squadre professionistiche, ai tantissimi lettori che hanno sostenuto economicamente, attraverso la raccolta fondi della Fondazione FQ, la riqualificazione di un campetto pubblico in quello che un tempo era il fortino del clan Di Lauro. Senza dimenticare il proprietario della Vuolo Group, azienda che si occupa di carpenterie metalliche e che si è offerta di riqualificare la struttura del campetto, senza un euro in cambio. La notizia che qualcuno dall’altra parte d’Italia decida di donare metà della propria biblioteca a noi (l’altra metà è andata a una struttura pubblica emiliana colpita dall’alluvione) mi riempie d’orgoglio e dimostra che alcuni giornali – sempre meno, purtroppo – hanno ancora una funzione sociale che restituisce quel senso di collettività che pare essersi smarrito sotto una coltre di scemenze. È per questo che, con grande gioia e riconoscenza, ci tengo a ringraziare il Fatto e i suoi lettori, per aver segnato una svolta incredibile nella nostra piccola comunità. Da quando la vicedirettrice Maddalena Oliva ha raccontato della nostra realtà per FQ Millennium nel 2021, abbiamo visto arrivare a Secondigliano le istituzioni che qui non avevano mai messo piede, se non con indosso una divisa, e abbiamo potuto realizzare eventi e progetti come quello della riqualificazione del campo da calcio che mai, in 10 anni di attività, avremmo potuto anche pensare. Ora che l’inaugurazione del campo è prevista tra circa un mese, vorrei che i sostenitori e i lettori del Fatto lo visitassero. Sarà un testimone tangibile del potere della collaborazione nella creazione di un mondo migliore. In un momento in cui la cronaca ci restituisce solo la gioventù violenta napoletana, questa è una notizia straordinaria da condividere.

Vincenzo Strino, presidente LARSEC e ASD-Secondigliano

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Come un fiore: le campagne screening possono salvare la vita

Ersilia Sabatelli, 62 anni, campana della provincia di Avellino, deve la vita a uno screening. È la figlia Stefania Iovino a ripercorrere le tappe, da quando il 22 luglio di quest’anno gli accertamenti di routine (una mammografia e una ecografia, poi seguite da una biopsia effettuata al Policlinico Gemelli di Roma) non hanno rilevato un nodulo di due centimetri: un carcinoma. “Mia nonna e la mia bisnonna materne sono morte a causa di un tumore all’utero – spiega Stefania -. C’è una familiarità che da anni ci porta entrambe, sia io sia mia madre, a partecipare a campagne di prevenzione contro i carcinomi femminili. Il medico che ha eseguito i primi esami si è accorto subito che qualcosa non andava, che quel nodulo, difficilmente rilevabile con la palpazione, era sospetto. Fortunatamente l’abbiamo preso in tempo e non è un tumore molto aggressivo. Mia madre è una donna molto forte. Per me e per mio padre è stato uno choc, lei invece sta affrontando tutto con grande coraggio. Mi dice: andiamo avanti, non vedo l’ora di ricominciare a vivere”.

All’inizio non le sembrava vero, non credeva che a lei potesse succedere. Simona Orlandi Posti, 51 anni, romana, collaboratrice di un europarlamentare, ha scoperto di avere un carcinoma al seno nel 2019, durante una delle “Giornate della Prevenzione” organizzate da Komen Italia, l’organizzazione non profit in prima linea nella lotta ai tumori del seno fondata in Italia nel 2000 dal prof. Riccardo Masetti, Direttore dell’Unità Operativa Complessa di Chirurgia Senologica e del Centro di Senologia del Policlinico Gemelli di Roma. Simona è una di quelle 56mila donne che ogni anno in Italia ricevono quella diagnosi. È salita su una delle “Carovane della Prevenzione”, a Roma, e si è ritrovata a fare mammografia, ecografia al seno… quasi per caso. Non pensava di poter rischiare di avere un cancro. E, invece, il sospetto di quel medico sul camper “in rosa” le viene confermato pochi giorni dopo dalla biopsia. “Il tumore aveva già aggredito un linfonodo – ricorda Simona – ma tutta la ‘macchina’ si è attivata subito: mi hanno operata per asportarlo, e poi ho dovuto sottopormi a quattro cicli di chemioterapia. Quella campagna di prevenzione mi ha salvato la vita: con solo tre o quattro mesi ‘di ritardo’ il carcinoma sarebbe stato scoperto a uno stadio troppo avanzato… I medici mi hanno aiutata ad affrontare la malattia passo dopo passo. Oggi mi sottopongo a controlli ogni tre mesi e sarà così per i prossimi due anni. Dopo, per altri cinque anni, basteranno una volta ogni dodici mesi”.

di Natascia Ronchetti

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SE NON HAI ANCORA DONATO, FALLO ORA!

    Raccolta fondi per la Carovana della Prevenzione

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Come un fiore: supportiamo la diagnosi precoce del tumore al seno

Unità mobili della “Carovana della Prevenzione”

Nel mondo, il tumore del seno è la neoplasia più diagnosticata tra le donne, con oltre 1,6 milioni di casi ogni anno. In Europa si contano 464.000 nuovi casi ogni anno. In Italia si registrano annualmente oltre 56.000 nuovi casi.

La mortalità nei paesi occidentali è progressivamente diminuita negli ultimi 25 anni e i tassi di cura sono oggi piuttosto elevati (oltre il 90% di guarigioni quando la malattia viene scoperta in fase iniziale). Ma il tumore del seno resta comunque la principale causa di morte per cancro della popolazione femminile mondiale e si stima che entro il 2025, nel mondo, quasi 6 milioni di donne moriranno per questa malattia.

La prevenzione, nelle sue varie declinazioni, è uno strumento molto efficace che ogni donna può usare per proteggere la propria salute. Con riferimento ai tumori del seno, la prevenzione aiuta infatti a rendere meno severo l’impatto sociale e sanitario di questa malattia.

Abbiamo aperto la nostra festa annuale del Fatto Quotidiano 2023 con la proiezione di un cortometraggio di Benedicta Boccoli sul tema intitolato “Come un fiore” (guarda il video), per sensibilizzare su questa terribile malattia che ancora oggi colpisce tante donne e per cui il concetto di prevenzione è davvero la svolta che può salvare una vita.

Per questo motivo abbiamo deciso di supportare con questa iniziativa Komen , organizzazione in prima linea nella lotta ai tumori del seno su tutto il territorio nazionale con una raccolta fondi per raggiungere con le Unità mobili della “Carovana della Prevenzione” tre città italiane in: Piemonte, Lazio e Calabria.

La Carovana della Prevenzione è il Programma Nazionale Itinerante di Promozione della Salute Femminile di Komen Italia che offre ad un pubblico sempre più ampio attività gratuite di sensibilizzazione e prevenzione delle principali patologie oncologiche di genere.
In particolare, la Carovana della Prevenzione si rivolge a donne che vivono in condizioni di disagio sociale ed economico e che per questo dedicano meno attenzione alla propria salute.
La Carovana della Prevenzione ha svolto oltre 700 “Giornate di Promozione della Salute Femminile” in 17 regioni italiane, offrendo oltre 50.000 prestazioni mediche gratuite in luoghi e realtà dove la prevenzione arriva con molta più difficoltà.
Le Unità Mobili operano con personale sanitario specializzato della Fondazione Policlinico Universitario A. Gemelli e volontari di Komen Italia, anche affiancati da enti locali, istituzioni cliniche territoriali e associazioni non profit che collaborano al progetto.
In particolare la Fondazione Il Fatto Quotidiano, consentirà ad alcune delle sei Unità Mobili della Carovana della Prevenzione di raggiungere nuove città al nord, al centro e al sud d’Italia per offrire in modo totalmente gratuito tutti gli esami di diagnostica senologica clinica e strumentale per la diagnosi precoce dei tumori del seno.

La prevenzione è la migliore cura che ci possa essere!

 

Borsa 1: Carovana della Prevenzione in Piemonte

Obiettivo: effettuare visite gratuite in Piemonte

La Fondazione supporta Komen Italia mandando in Piemonte la Carovana della prevenzione per visite gratuite di diagnosi precoce di tumore al seno.

 

DONA UN CONTRIBUTO
Borsa 2: Carovana della prevenzione nel Lazio

Obiettivo: effettuare visite gratuite nel Lazio

La Fondazione supporta Komen Italia mandando nel Lazio la Carovana della prevenzione per visite gratuite di diagnosi precoce di tumore al seno.

DONA UN CONTRIBUTO
Borsa 3: Carovana della prevenzione in Calabria

Obiettivo: effettuare visite gratuite in Calabria

La Fondazione supporta Komen Italia mandando in Calabria la Carovana della prevenzione per visite gratuite di diagnosi precoce di tumore al seno.

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Un calcio a Gomorra: obiettivo raggiunto! Grazie ai donatori

Ha raggiunto il suo obiettivo la raccolta fondi portata avanti in questi mesi dalla nostra Fondazione insieme all’Associazione Sportiva Dilettantistica Secondigliano. La riqualificazione del campetto di calcio Emilia Laudati può finalmente partire: un progetto per combattere l’abbandono scolastico, allontanare i ragazzi dalla strada e interrompere la spirale della criminalità.

Il presidente Vincenzo Strino: “Siamo felici! Finalmente possiamo tornare a fare attività con i ragazzi in questo luogo simbolo di Secondigliano. Grazie infinite a tutti gli amici del Fatto e alla Fondazione Il Fatto Quotidiano. È solo con il vostro supporto che tutto ciò è potuto avvenire.

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Insieme per l’Emilia: obiettivo raggiunto! Grazie ai donatori

Raccolti in tempi record 30.000 euro per l’ultima iniziativa umanitaria lanciata mercoledì scorso in favore delle comunità dell’Emilia-Romagna colpite dall’alluvione. La campagna, promossa a sostegno delle attività dell’associazione di Ravenna “Cuore e Territorio”, ha così raggiunto l’obiettivo.

Il presidente Giovanni Morgese: “Grazie infinite a tutti gli amici del Fatto. Permetteranno di far arrivare aiuti concreti con cui ricostruiremo le nostre città”.

Non possiamo che unirci anche noi ai ringraziamenti ai nostri donatori.
Grazie dalla Fondazione il Fatto Quotidiano!

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Alluvione in Emilia Romagna: diamo un sostegno concreto a chi ha perso tutto

Volontari al lavoro nel comune di Cesena, 24 maggio 2023 — Foto LaPresse, Sara Sonnessa

Per dare un supporto concreto all’emergenza alluvionale in Romagna, la Fondazione Il Fatto Quotidiano e l’associazione ravennate Cuore e Territorio hanno avviato una raccolta fondi per reperire beni di prima necessità per gli sfollati e sostenere i servizi di assistenza in favore di famiglie e persone fragili, la cui condizione è aggravata dall’inondazione.

Oggi, la maggioranza delle persone è rientrata nelle proprie abitazioni, ma la situazione è ancora drammatica. Servono generi di prima necessità: non solo cibo, ma anche vestiti, soprattutto per i bambini.

Alcuni paesi sono ancora in condizioni fortemente critiche. A Conselice, tuttora allagata, l’acqua è stagnante, con gravi rischi sanitari. Molte strade sono ancora bloccate dai materiali travolti dall’acqua, diventati rifiuti maleodoranti con l’esposizione al sole.

Molte persone hanno perso tutto. Il loro primo pensiero è ricostruire. Aiutiamole con un sostegno economico.

ALLUVIONE IN EMILIA ROMAGNA

Raccolta fondi per sostenere l’assistenza alle comunità emiliane

La Fondazione Il Fatto Quotidiano intende supportare l’associazione ravennate Cuore e Territorio con una raccolta fondi per reperire beni di prima necessità per gli sfollati e sostenere i servizi di assistenza in favore di famiglie fragili, la cui condizione è aggravata dall’emergenza alluvione.

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L’iniziativa di un lettore del Fatto per dare “Un calcio a Gomorra”

Luigi Aliberti, 78 anni, malato di Sla, ha indetto con la sua società sportiva una competizione under 14 in 4 paesini del Salernitano, per supportare la raccolta fondi in favore del rione Fiori

Al bar Sport di Siano (Salerno) tra un caffè e un bitter si può sfogliare una copia del giorno del Fatto quotidiano. La famiglia Aliberti l’acquista ogni giorno e la mette a disposizione dei loro clienti da una dozzina d’anni. “Siamo abbonati dal 2010, è una delle poche voci libere, forse l’unica. Amiamo la schiettezza del linguaggio, che non è solo di denuncia, ma propone cose da fare affinché il Paese migliori”, ci dice con un filo di voce Luigi Aliberti, 78 anni, spesso costretto su una sedia a rotelle dalla Sla e “dirigente sportivo da quando sono nato”. Aliberti, nonostante i suoi problemi di salute, grazie a un cellulare sempre bollente e una tenacia senza limiti continua ad essere il patron e il factotum della scuola calcio “ASD Valle dell’Orco Academy” di Castel San Giorgio (Salerno), un paese di 13mila abitanti al confine tra la provincia salernitana e l’Irpinia. La sua Academy insegna calcio a 71 ragazzini, da crescere tra la passione per il pallone e l’attenzione e l’aiuto verso i meno fortunati.

La premessa è necessaria. È la scintilla del fuoco di solidarietà che si è acceso e che raccontiamo. Infatti è leggendo il Fatto, leggendo il nostro reportage pubblicato a gennaio, che Aliberti ha deciso di mobilitare la sua scuola calcio per dare una mano al progetto “Un Calcio a Gomorra”, la raccolta fondi promossa dalla Fondazione Fatto quotidiano per riqualificare il campetto Emilia Laudati a Secondigliano, Napoli, e permettere così ai ragazzini del quartiere di tornare a giocare, proprio a pochi metri dall’ex fortino del clan Di Lauro. Una raccolta che sta proseguendo tra slanci di generosità sorprendenti, come quello della ditta Vuolo che nei giorni scorsi ha spedito alla Fondazione una lettera con la quale si impegna a contribuire a uno delle due raccolte accese, quella che prevede l’acquisto di recinzioni, porte, illuminazioni…

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Raccolta fondi per manto in erba artificiale


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8 marzo: quattro squadre femminili in campo per il rione Fiori

È nel cuore della periferia di Napoli, a Secondigliano, che nel giorno della Festa della Donna l’associazione sportiva dilettantistica ASD-Secondigliano ha promosso il torneo di calcetto “Diamo un calcio agli stereotipi“. In campo quattro squadre femminili. Una composta dalle ragazze iscritte all’Asd, un’altra dalle loro madri e la terza dalle atlete della società sportiva Napoli femminile, che milita in serie B. Infine la quarta costituita da “Prime minister”, scuola di politica per giovani donne.

Un torneo benefico voluto dall’ASD, con il sostegno di Round Table, associazione napoletana di giovani filantropi, per mettere in rete, creare comunità e promuovere la raccolta fondi “Un calcio a Gomorra”, il progetto sostenuto dalla Fondazione Fatto Quotidiano, in collaborazione con la stessa Asd. L’obiettivo è quello di riqualificare il campo da calcio a cinque in disuso che si trova all’interno del parco Emilia Laudati, area di 28mila metri quadrati da anni in stato di abbandono, in un quartiere, Secondigliano, che da solo fa 50mila abitanti ma non ha una vera e propria struttura pubblica funzionante che possa essere per i giovani un’alternativa alla strada.

Qui un ragazzo su due non termina la scuola d’obbligo e finisce col popolare il mondo del lavoro nero, se non direttamente quello della criminalità organizzata che porta la maggior parte di queste “giovani leve” o al carcere o alla morte. Il campo che la Fondazione Il Fatto quotidiano, assieme all’Asd Secondigliano, vuole restituire al quartiere sorge proprio a due passi dallo storico Rione dei Fiori, chiamato anche “Terzo Mondo”, famoso per essere stato il fortino dello storico clan Di Lauro che ha ispirato la penna di Roberto Saviano per la sua “Gomorra”: un tempo la piazza di spaccio a cielo aperto più grande d’Europa.

L’obiettivo del progetto “Un calcio a Gomorra” è raccogliere 47 mila euro, attraverso due “borse”: una per il manto erboso e una per l’acquisto di porte e recinzioni. Per restituire ai bambini e ai giovani di Secondigliano un luogo dove giocare e ritrovarsi, grazie a un “patto di cittadinanza” con le famiglie. L’associazione Asd, infatti, garantisce due allenamenti alla settimana, ma anche attività laboratoriali e un doposcuola, pagando una quota di 10 euro all’anno. Chiede però una contropartita. I ragazzi devono frequentare la scuola dell’obbligo e avere un buon rendimento. “Oggi – spiega il presidente di Asd, Vincenzo Strino – abbiamo una ottantina di iscritti. I più piccoli, con una età compresa tra i 7 e i 14 anni, sono 60. Al momento sono tutti molto stimolati: studiano e si impegnano”. Ma, in assenza di un campo, gli allenamenti si tengono negli oratori di due parrocchie.

Il progetto “Un calcio a Gomorra” ha raggiunto finora un terzo dell’obiettivo della raccolta fondi. Le iniziative come il torneo femminile organizzato per l’8 marzo nascono proprio per sostenere questi ragazzi nel sogno di riavere un campo da calcio. “Studia, partecipa, gioca”: aiuta anche tu l’Asd Secondigliano e il progetto della Fondazione Il Fatto Quotidiano.

di Natascia Ronchetti


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Su Rai3, un servizio sul progetto Secondigliano della nostra Fondazione

“Qualcuno ha detto che la storia del calcio si riscrive ogni volta che un bambino rincorre un pallone, quella che qui si vuole riscrivere è la storia di un quartiere intero”. Le telecamere del servizio pubblico sul campetto Emilia Laudati

Il servizio di Marcella Maresca sul progetto Secondigliano ASD, TGR Mezzogiorno Italia del 18.02.2023, a cura del TGR Rai della Campania.

Per riscrivere la storia di quello che tutti a Napoli chiamano “Terzo mondo” non serve un miracolo, bastano uno spazio pubblico di cui riappropriarsi e lo stimolo e il sostegno all’impegno scolastico, in un quartiere – Secondigliano, periferia della periferia di Napoli – dove un bambino su tre abbandona gli studi e dove il fatto di crescere per strada rende anche i più piccoli facili prede per la criminalità.

Per questo è nata l’ASD Secondigliano, l’Associazione Sportiva Dilettantistica Secondigliano, insieme al progetto di riqualificazione del campetto di calcio Emilia Laudati che la Fondazione il Fatto Quotidiano ha deciso di promuovere.

Il motto è “studia, partecipa, gioca”: all’ASD Secondigliano possono iscriversi tutti i bambini del quartiere pagando una quota simbolica di 10 euro l’anno. Ma è la pagella a dire se si può scendere in campo. Chi non prende buoni voti non gioca e allora a entrare in squadra sono gli educatori dell’ASD che aiutano con il doposcuola i bambini che devono recuperare. È il “patto di cittadinanza” che lega le famiglie ai ragazzi dell’associazione.

Le telecamere del servizio pubblico, in un servizio andato in onda nello speciale “Mezzogiorno Italia” su Rai3 a firma di Marcella Maresca, sono andate a raccontare tutto questo, intervistando Vincenzo Strino, presidente dell’ASD e dell’associazione Larsec, l’unica attiva in tutta Secondigliano, insieme alle mamme, ai bambini e agli educatori che ogni giorno cercano di combattere la dispersione scolastica in un quartiere di frontiera.

Per realizzare tutto questo occorrono 47.160 euro. Con il supporto della Fondazione il Fatto Quotidiano, la Secondigliano ASD ne ha già raccolti 14.000, ma non bastano. Serve il tuo contributo per completare la raccolta fondi e aiutare i bambini di Secondigliano a scegliere chi essere, chi diventare. Senza avere il destino segnato, solo perché nati con un determinato cognome, o in un determinato quartiere.


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Un calcio a Gomorra: riapriamo il campetto Emilia Laudati di Secondigliano

Un progetto di riqualificazione urbana e sociale per combattere l’abbandono scolastico, allontanare i ragazzi dalla strada e interrompere la spirale della criminalità

Se guardi Gomorra pensi a Scampia. Eppure, come diceva un vecchio boss, “a Napoli non si faceva un illecito se non era d’accordo Secondigliano”. Secondigliano è periferia della periferia di Napoli, come dicono molti dei suoi 45 mila abitanti. È stata per anni la storica roccaforte della famiglia Di Lauro, che ha ispirato la penna di Roberto Saviano e che continua a essere egemone in un crocevia affollato di clan. Proprio a pochi metri da dove nacque il capostipite Paolo Di Lauro detto Ciruzzo ‘o milionario, oggi in carcere al 41-bis come molti dei suoi figli e dei suoi sodali, sorge il complesso di case del rione dei Fiori che a Napoli tutti chiamano “Terzo mondo”, un tempo la piazza di spaccio a cielo aperto più grande d’Europa. È qui che l’Associazione Sportiva Dilentattistica Secondigliano vuole poter dare nuova vita al campetto di calcio del Parco Emilia Laudati, oggi abbandonato. Il campetto è lo stesso dove Vincenzo Strino, 36 anni, presidente dell’ASD Secondigliano e dell’associazione Larsec, ha giocato da bambino. Molti dei suoi compagni di calcetto, quelli con cui ogni sera si salutava al grido “oh, domani partitella!” non ci sono più: o morti ammazzati come boss, a 20 anni, o in carcere.

Qui un ragazzo su due abbandona gli studi, uno su tre vive in una situazione di povertà relativa. E se cresci per strada è difficile non avere il destino segnato. “Togliere i bambini della strada è il nostro obiettivo”, spiega Vincenzo Strino. “Alcuni li perderemo, perché non si può fermare il mare con le mani… Ma se riusciamo a salvarne anche solo uno sarà una goccia, la nostra piccola goccia”.

Voler riqualificare il campetto da calcio Emilia Laudati significa permettere ai ragazzi e alle ragazze di stare insieme ed essere seguiti da educatori-allenatori, secondo i valori della legalità e della cultura sportiva portati avanti dall’ASD Secondigliano e secondo il “patto di cittadinanza” che l’associazione chiede di sottoscrivere alle famiglie. Il motto è “studia, partecipa, gioca”: per combattere la dispersione scolastica, è possibile iscrivere i ragazzi alla scuola calcio dell’ASD Secondigliano e seguire due allenamenti alla settimana, più una serie di attività laboratoriali nell’anno studiate assieme alle scuole e alle parrocchie del territorio, pagando una quota di 10 euro all’anno, ma solo se si frequenta la scuola dell’obbligo e se si ha un buon rendimento. L’associazione mette a disposizione anche la possibilità di seguire i ragazzi con il doposcuola e dei corsi di recupero.

Liberi di scegliere chi essere, chi diventare. Senza avere il destino segnato, solo perché si è nati con un determinato cognome, o in un determinato quartiere.

RACCOLTA #1 | 26.730 EURO

Raccolta fondi per manto in erba artificiale

La Fondazione il Fatto Quotidiano vuole supportare
il progetto di riqualificazione del campetto da calcio
Emilia Laudati raccogliendo i fondi necessari per:
– la fornitura e posa in opera di un manto in erba artificiale, drenante, anti-abrasivo ed estremamente resistente all’usura. 990 m² di copertura ecologica, inodore, atossica.

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RACCOLTA #2 | 20.430 EURO

Raccolta fondi per porte da gioco e recinzioni esterne

La Fondazione il Fatto Quotidiano vuole supportare
il progetto di riqualificazione del campetto da calcio
Emilia Laudati raccogliendo i fondi necessari per:
– la rimozione delle recinzioni perimetrali esistenti;
– la fornitura e posa in opera di una nuova recinzione perimetrale, di un cancello d’ingresso pedonale e di una coppia di porte da gioco;
– il restauro delle strutture recuperabili (i pali portanti dell’impianto sportivo e la voliera di copertura).

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Fuga ad Alcatraz, il documentario, dal 20 gennaio su TvLoft

Un viaggio nella memoria che ripercorre i primi 40 anni anni di Alcatraz, la Libera università sulle colline umbre, vicino a Gubbio, dove la famiglia Fo ha creato un’esperienza straordinaria: l’incontro di passato e presente nel segno dell’accoglienza, dagli artisti ospiti e amici di Jacopo, Dario e Franca, ai rifugiati ucraini in fuga da Kiev.

 

Il trailer del documentario realizzato da Loft Produzioni in collaborazione con la Fondazione il Fatto Quotidiano e la Fondazione Fo Rame.

 

Alcatraz, la Libera università fondata da Jacopo Fo esattamente quarant’anni fa, è “la prigione da cui nessuno vuole scappare”, un paradiso di silenzio affacciato sulla valle di Santa Cristina, a Gubbio, che sfugge alle definizioni e che nei decenni si è declinato in cento modi. Per alcuni mesi, all’inizio del 2022, immediatamente dopo l’invasione dell’Ucraina da parte delle forze russe, è stata la casa di 26 rifugiati, che sono arrivati in Umbria grazie alla collaborazione tra la Fondazione il Fatto Quotidiano e la Fondazione Dario Fo e Franca Rame.

Le vite di Liza, Lena, Nina, dei loro bambini e di tutti gli altri s’incontrano con quelle di Jacopo, Dario e Franca e di moltissimi artisti che hanno popolato le stanze della libera Università: da Paolo Rossi ad Alessandro Baricco, da Patch Adams a Miloud Oukili, l’artista che ha salvato decine di orfani dai sotterranei di Bucarest. Sono loro, insieme a Dario e Franca, a raccontare nel documentario Fuga ad Alcatraz, grazie al prezioso repertorio messo a disposizione dall’Archivio Fo-Rame, la storia di questa esperienza indefinibile e irripetibile mentre Alcatraz ospita i rifugiati ucraini, ancora sconvolti per quello che hanno visto e vissuto. “Nessuno ci aveva avvertiti. Anche se lo racconto, non si può immaginare cosa si prova quando arrivano i soldati, quando vedi un bambino morto abbandonato in un giardino. Tutto quello che in una vita intera hai fatto e sognato sparisce”, spiega Lena davanti alla telecamera.

Insieme a Mattea Fo, figlia di Jacopo e presidente della Fondazione che porta il nome dei suoi nonni, e a suo marito Stefano Bertea, ci sono i volontari di tutta la valle che raccontano la storia di un’accoglienza bellissima e complicata; ci sono i rifugiati che ripercorrono le tappe di un viaggio di paura e incredulità fino al porto sicuro delle valli umbre; ci sono Jacopo Fo e Gad Lerner che ricordano insieme la loro giovinezza di militanza politica e l’arrivo di Jacopo a Santa Cristina.

Fuga ad Alcatraz, a cura di Marta Cosentino e Silvia Truzzi con la partecipazione di Gad Lerner, è stato realizzato da Loft Produzioni in collaborazione con la Fondazione il Fatto Quotidiano e la Fondazione Dario Fo e Franca Rame: è disponibile gratuitamente su tvloft.it, su app TvLoft e sul canale YouTube del Fatto Quotidiano.

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La storia di Almas: “Una borsa di studio può salvarti la vita”

“I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi” – Costituzione della Repubblica Italiana, articolo 34.

“Ricevere una borsa di studio, quando sono uscita dalla comunità, mi ha salvato la vita”.
Il destino di Almas Khan, all’improvviso senza un risparmio e un posto dove andare, è cambiato perché qualcuno ha creduto in lei. Oggi ha 26 anni, una laurea triennale in Psicologia e una magistrale in Psicologia Clinica in dirittura d’arrivo. Ma non solo: Almas è stata per tre anni vicepresidente ed è tuttora nel consiglio direttivo di Agevolando, un’associazione nata nel 2010 che lavora per e con i ragazzi usciti da percorsi di accoglienza.

Almas Khan è una di loro, una Care Leaver: ovvero una ragazza allontanata dalla famiglia e dagli affetti che, come tanti altri, ha dovuto ricominciare la vita da sola. Se ne contano ogni anno circa 3mila: sono figli e figlie di genitori che non sono riusciti a svolgere il loro ruolo e per questo hanno dovuto fare un passo indietro. Sono ragazzi e ragazze che crescono in comunità per minori, in case-famiglia o famiglie affidatarie, e vivono tutti con una data di scadenza appiccicata in testa: 18 anni. Infatti, una volta che hanno raggiunto la maggiore età, lo Stato smette di farsi carico delle loro rette e, nonostante gli sforzi di servizi e strutture, i ragazzi rischiano di trovarsi in mezzo a una strada. È lì che tutto il lavoro fatto per salvarli può essere distrutto in pochi mesi. Ed è in quel momento che i Care Leavers hanno più bisogno d’aiuto.

Per questo, nel 2010, è nata Agevolando: un’associazione di volontari, animata in parte dagli stessi ragazzi e ragazze usciti dalle comunità, con una rete che copre quasi tutta l’Italia. Dal 2017 è in sperimentazione un importante Fondo per neomaggiorenni da 5 milioni di euro l’anno, ma i fondi non bastano ancora. Nel 2021, due volontarie di Agevolando sono diventate Alfiere della Repubblica: un primo passo per essere meno invisibili, ma c’è ancora molto da fare. 

Almas chi sono i Care Leavers?
Ragazzi e ragazze che non hanno avuto genitori in grado di prendersi cura di loro. A farlo ci ha pensato qualcun altro insieme allo Stato. All’inizio era una parolina strana anche per me, ma ora è un concetto in cui mi identifico perfettamente. 

Perché si viene allontanati dalla propria famiglia?
Io sono nata in Pakistan e sono arrivata in Italia a 8 anni. A 15 sono scappata di casa con i miei fratelli perché mio padre ci maltrattava. Per me andarmene è stata una liberazione. Molti pensano che, nonostante tutto, la famiglia sia sempre la parte migliore per i ragazzi. Invece, a volte, essere allontanati è una salvezza, perché esistono famiglie tossiche e genitori che non sono in grado di fare i genitori: non si rendono conto che distruggono la vita dei figli. 

Come si fa ad accettare che i genitori non siano adeguati?
Ho ascoltato molte storie: in tanti all’inizio provano risentimento per essere stati allontanati, poi con il tempo capiscono che è stata la scelta migliore. Quando si è piccoli non passa per la testa che i genitori possano farti del male: è meno brutto dire ‘i miei litigano’ piuttosto che ‘non vivo con i miei’. Ci vuole tempo per elaborare il fatto che i tuoi non sono buoni. E quel percorso in comunità viene fatto. 

Cosa succede quando un Care Leaver compie 18 anni?
Molti di noi sono stati abbandonati a sé stessi non appena raggiunta la maggiore età. Ma a 18 anni è troppo presto per essere adulti. E in tanti hanno ancora bisogno di essere accompagnati per riuscire a camminare da soli.
 

È successo anche a te?
Io sono stata in comunità dai 15 ai 18 anni. Mi sono sempre trovata bene, ma mi preoccupava il futuro: io volevo a tutti i costi finire il liceo per poi fare l’università. Ma una volta fuori, sapevo che non avrei avuto niente.

Cosa si prova?
Ti senti sola, in balia del mondo. È come se non avessi la possibilità di scegliere e fossi costretto solo a sopravvivere. Io avevo paura che non sarei mai riuscita a studiare e avrei dovuto rinunciare a tutto. Infatti come prima cosa mi ero messa a cercare lavoro. A quel punto o dipendi dagli altri o finisci a fare cose che non ti piacciono e purtroppo puoi ritrovarti anche su una brutta strada.

Può capitare?
Io so che a me non sarebbe successo, ma è facile che succeda: hai solo 18 anni, non hai esperienza lavorativa e ti ritrovi senza niente in mano. Spesso si ricommettono gli stessi errori dei genitori. Ci sono ragazze che restano incinte molto giovani, con figli che poi a loro volta vanno in comunità. O ragazzi che iniziano a frequentare certi giri perché sono disoccupati e senza un posto dove andare. Altri che ritornano a casa da quelle famiglie tossiche da cui erano scappati. Sono persone che non riescono a scacciare i fantasmi del proprio passato. 

E lo Stato?
Lo Stato rischia di buttare via i soldi che ha investito su di noi. Ne spende tanti per farci vivere meglio e poi a 18 anni spesso ci saluta. Perché non ne spende un po’ di più per far sì che queste situazioni non capitino?

Per lei cosa ha fatto la differenza?
Ho conosciuto Agevolando. E come prima cosa mi hanno coinvolto in un progetto di housing che fornisce alloggio a chi esce dalle comunità. La mia condizione era che tra chi ospita e chi è ospitato ci fosse parità, non pietà.

Perché?
Nessuno di noi vuole più sentire di essere un peso e dipendere da qualcun altro. Io a scuola non dicevo che vivevo in comunità: non volevo vedere la pietà negli occhi delle persone o che mi trattassero diversamente perché ero senza genitori. Io pensavo solo a studiare perché sapevo che così mi sarei salvata. Sono sempre stata quella ribelle che non voleva essere considerata inferiore agli altri.

Sta realizzando il suo sogno?
Da piccola volevo fare il medico: dicevo sempre alla mia nonna malata che da grande l’avrei curata. La vita, però, non va sempre come vuoi. E io nella mia testa sapevo che dovevo diventare indipendente il prima possibile perché non ci sarebbe stato nessuno che avrebbe provveduto a me. Per questo ho rinunciato a medicina e mi sono iscritta a scienze cognitive. Poi me ne sono anche innamorata. 

Cosa chiedete alle istituzioni?
Che siano più presenti quando i ragazzi sono dentro le comunità, con personale formato e serio. Se devono spendere soldi, li spendano nel modo migliore possibile. Poi dovrebbero ascoltarci di più. Non siamo immaturi: chi fa questi percorsi è adulto già quando è molto piccolo.
 

Quali sono le difficoltà per un Care Leaver che vuole proseguire gli studi?
Non sapete la fatica che ho fatto per farmi riconoscere l’ISEE e far capire che non potevano considerare quello dei miei genitori nella domanda di borsa di studio. E vale anche per le richieste di alloggio o le tasse annuali. Alla fine mi hanno indicato tra gli orfani, perché non esisteva la categoria per quelli come me. Per loro non esistiamo.

Quanto può servire una borsa di studio o la formazione professionale?
Può rendere una persona autonoma, indipendente e serena. Può aiutarla a raggiungere i suoi sogni. Può salvarle la vita, come è successo a me.

Martina Castigliani


Cinque ragazzi in uscita da percorsi di tutela extra-familiare
attendono un contributo per completare la loro formazione.

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Agevolando: borse di autonomia per ragazzi in uscita da percorsi di tutela extra-familiare

Quando, al compimento della maggiore età, si interrompono i percorsi di tutela (comunità, casa famiglia, affido), si è chiamati troppo presto a diventare adulti.

Agevolando è un’organizzazione di volontariato nata nel 2010 dalla volontà di un ex ospite di comunità per minori, ancora presidente dell’Associazione. Il suo obiettivo è lavorare con e per altri ragazzi in uscita da percorsi di accoglienza “fuori famiglia”, per promuoverne l’autonomia, il benessere psicofisico e la partecipazione attiva. Quando, al compimento della maggiore età, si interrompono i percorsi di tutela (comunità, casa famiglia, affido), questi ragazzi, detti Care Leavers”, sono chiamati troppo presto a diventare adulti: molto spesso, quando si ha una storia personale complessa, si possono perdere di vista le proprie risorse, così come può maturare forte il senso di non riuscire a farcela da soli.

L’Associazione affianca i Care Leavers in Italia nella costruzione del loro futuro:

– creando opportunità relazionali, formative, lavorative e abitative e stimolandone il senso di responsabilità;

– favorendo occasioni di incontro, dialogo e aiuto reciproco;

– agendo a diversi livelli istituzionali per sostenerne i diritti e le pari opportunità, anche attraverso la diffusione della conoscenza e consapevolezza del problema, la costruzione di reti stabili con i soggetti pubblici, privati e del terzo settore, e svolgendo ricerche qualitative e quantitative sul tema;

– collaborando con gli assistenti sociali, le comunità educative, le case-famiglia e le famiglie affidatarie, affinché il cammino verso l’autonomia dei Care Leavers sia graduale e partecipato;

– valorizzando le storie e il ruolo dei ragazzi come “esperti per esperienza”, rendendoli protagonisti di un processo di miglioramento sia personale, sia del sistema di accoglienza.

Negli ultimi anni l’Associazione, tramite tutti i servizi e progetti messi in atto, ha intercettato mediamente 300 Care Leavers all’anno, che corrispondono a un 10% circa dei neo-maggiorenni in uscita dal sistema di tutela. Nel 2021, Pamela Di Carlo e Miriam El Ouazani, del network di Agevolando, sono state nominate “Alfieri della Repubblica” da Sergio Mattarella.

Con il progetto “Se avessi…” Agevolando intende supportare attraverso un contributo economico definito “dote” i giovani neo-maggiorenni che escono dai percorsi di tutela, dopo un periodo dell’infanzia e adolescenza trascorso in comunità di accoglienza e/o affido. L’associazione si propone di accompagnarli nel raggiungimento di obiettivi di vita inerenti al loro percorso di crescita e transizione all’autonomia, in ambito relazionale, formativo, professionale e abitativo.

La nostra Fondazione per Agevolando

La mission di Agevolando è l’accompagnamento all’autonomia di ragazzi e ragazze provenienti da percorsi di accoglienza extra-famigliare tramite la definizione di un progetto individuale. La Fondazione il Fatto Quotidiano vuole dare il suo contributo per il rafforzamento delle competenze trasversali e specialistiche di 5 Care Leavers, attraverso percorsi e doti che copriranno un arco temporale di 12 mesi e serviranno a sostenere azioni di istruzione, formazione e accompagnamento alla piena autonomia di vita. I fondi, pari a 25.000 euro, saranno destinati in parte al finanziamento diretto delle spese che riguardano gli studi universitari o di formazione professionale (ad esempio l’eventuale copertura parziale delle tasse, affitto, abbonamento mezzi, spese di vitto) e in parte al pagamento di tutor che accompagnino e sostengano il ragazzo o la ragazza durante tutto il percorso.

BORSA DI AUTONOMIA #1 | 5.000 EURO

Obiettivo: qualifica di Tecnico Specializzato

G. scrive: “Sono arrivato in Italia da solo: ero ancora minorenne e all’inizio è stato molto difficile. Ho iniziato a fare dei lavoretti, ma vorrei diventare un tecnico specializzato e seguire corsi IFTS. Essere autonomo era il mio desiderio quando sono partito e la promessa che ho fatto alla mia famiglia. Spero di poterla mantenere”.

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BORSA DI AUTONOMIA #2 | 5.000 EURO

Obiettivo: qualifica di Operatrice Socio Sanitaria

T. scrive: “Ho trascorso 10 anni della mia vita in comunità, poi, appena maggiorenne, mi hanno detto che avrei dovuto farcela da sola. Sto facendo tanti sforzi, ma i soldi per formarmi professionalmente non bastano. Ho sempre desiderato poter lavorare in ospedale e vorrei frequentare il corso da operatrice socio-sanitaria, ma senza un sostegno economico sarò costretta a rimandare ancora”.

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BORSA DI AUTONOMIA #3 | 5.000 EURO

Obiettivo: qualifica universitaria di Educatore

S. scrive: “Quando sono uscito dalla comunità ho avuto paura di non farcela da solo. Ora ho bisogno di un altro po’ di sostegno per costruire il mio futuro. Sogno di diventare un educatore, perché so quanto è importante incontrare la persona giusta quando si è in difficoltà. Faccio il massimo, ma vorrei poter studiare. Non vorrei essere costretto a rinunciare all’università per i turni del lavoro”.

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BORSA DI AUTONOMIA #4 | 5.000 EURO

Obiettivo: qualifica di Programmatrice Informatica

E. scrive: “In passato non sempre ho scelto la strada giusta, ma ho fatto del mio meglio per rimediare. Il periodo in comunità è stato fondamentale per riscattarmi. Ho una passione per la tecnologia e sono pronta a tutto per arrivare ad ottenere almeno una laurea triennale in informatica e diventare programmatrice, ma per concludere il percorso di studi ho bisogno di un aiuto”.

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BORSA DI AUTONOMIA #5 | 5.000 EURO

Obiettivo: qualifica di Chef d’alta cucina

R. scrive: “In casa famiglia ho iniziato a farmi molte domande sul futuro. Soffro sapendo che lo Stato ci aiuta solo fino a 18 anni e poi torniamo invisibili. Sogno di imparare le lingue e frequentare corsi di formazione ad alto livello di cucina. Vorrei far emergere il mio potenziale: lo farei per chi ha investito su di me e per tutti coloro che vengono dimenticati”.

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Un partner tecnologico e strategico che non prevede alcun costo di gestione, né commissioni. Con Tinaba, ogni euro donato è un euro che arriva per intero al destinatario della raccolta.

La storia di Almas, salvata da una borsa di studio

“Sono nata in Pakistan. A 8 anni sono arrivata in Italia, a 15 sono scappata di casa insieme ai miei fratelli perché mio padre ci maltrattava.

Dai 15 ai 18 anni ho vissuto in comunità e sono stata bene, ma mi preoccupava il futuro: volevo a tutti i costi finire il liceo per poi fare l’università, ma sapevo che, una volta compiuti 18 anni, mi sarei ritrovata all’improvviso senza un risparmio, né un posto dove andare.

Molti di noi sono stati abbandonati a loro stessi non appena raggiunta la maggiore età, ma a 18 anni è troppo presto per essere adulti e in tanti hanno ancora bisogno di essere accompagnati per riuscire a camminare da soli”.

Leggi l’intervista completa nelle news della Fondazione

 

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